Colapisci  -   L'uomo che diventa pesce per scelta  o  per  necessità   -     Il tuffatore dello Stretto

Un antico relitto su un bassofondo di sabbia:
il San Giorgio

 

Diversi anni fa, quando ancora ero solo un ragazzino invaghito del mare e dell’attività subacquea, mi immergevo spesso nelle acque antistanti Brancaleone Marina (il primo paese lungo la costa ionica dopo Capo Spartivento, in provincia di Reggio Calabria), per fare pesca subacquea tra gli scogli della fascia litoranea sparsi a profondità dell’ordine di 5-6 metri.
Tra le pietre del fondo, le dorsali di roccia affioranti e la prateria di posidonia distribuita a intervalli regolari, non avevo potuto fare a meno di notare le carcasse di alcuni relitti, incastrati tra le rocce a pochissimi metri di profondità, in prossimità del bagnasciuga.

Erano questi i primi relitti della mia carriera di subacqueo: li sfruttavo per sparare bei saraghi che si intrufolavano sotto le fiancate, al confine di queste con la sabbia a soli due metri di fondo.

Le lamiere di queste navi, seppur banali, erano per me una forte attrattiva, negli anni ottanta, per i grossi sparidi presenti e per il contributo che davano al mio “carniere”. Grazie alla passione per la pesca subacquea, domandando ai residenti scoprii che Brancaleone nascondeva due “veri relitti”, completi e più grandi. Chissà quanti pesci, pensai, e cercai di scoprire come fare per raggiungerli.

Il più grande, “u vapuri”, a quei tempi era troppo profondo e lontano dalla costa per le mie capacità di apneista (14-15 metri di profondità e qualche centinaio di metri da riva non facevano al caso mio) e rinunciai presto al pensiero di vederlo (si trattava del “Città di Bergano”).

Riuscii invece, sfruttando una giornata di mare calmo e navigando con la mia barchetta in vetroresina e il 4 cavalli, a individuare le macchie scure di quello che poi scoprii essere il relitto della nave “San Giorgio”, i cui resti erano sparsi su un fondale di sabbia chiara tra i due e i cinque metri di profondità.

Molte furono le peripezie e le pescate tra le lamiere contorte del San Giorgio; presto avrei abbandonato la pesca subacquea e l’apnea, dedicandomi all’immersione con le bombole e alla fotografia subacquea.
Con alcuni anni di esperienza come fotosub, un giorno mi tornò in mente quel relitto a pochi metri e pensai all’effetto che avrebbe creato in diapositiva il contrasto del ferro con la sabbia, con la luce forte del sole della vicina superficie, specie con l’acqua limpida. Nacquero così le prime immagini del mio archivio “Mediterraneo” relative al San Giorgio, vecchio vapore italiano costruito nel lontano 1886 e affondato a Brancaleone per le cattive condizioni meteo il 23 novembre del 1920.
Concepita per il trasposto emigranti e varata come Shakespeare, fu trasformata presto in mercantile e adibita al solo trasporto commerciale in acque italiane.
Di questa nave, lunga ben 96,85 metri, oggi non rimane che qualche ricordo, incorniciato dalla candida sabbia di un fondale dove è sepolta per sempre e dove è destinata a scomparire.

Certo che i quasi novant’anni sul fondo fanno onore a un relitto che, nonostante la modesta profondità e il sedimento mobile, ancora si vede, seppur in minima parte. Inutile dire che l’immersione è facile, ricreativa, e che ha quasi come unico interesse quello storico o fotografico, senza dimenticare quello biologico. Anche se infatti il contesto non sembra offrire grandi opportunità di insediamento e popolamento per pesci e invertebrati, si può assistere con piacere a interessanti scene di vita sommersa.

Anni fa si sarebbe potuto chiamare il relitto dei saraghi; oggi non più: di saraghi ne son rimasti ben pochi, si radunano tra i nascondigli, sempre più scarsi per il progressivo insabbiamento, solo d’inverno e con il mare mosso. Le alghe verdi e brune ricoprono ogni centimetro di substrato metallico e l’effetto dato dall’insieme, con mare calmo e acqua limpida, è particolarmente bello per le diverse sfumature di verde e il riflesso in superficie del tutto. Piccoli pesci sono ospiti di piccoli anfratti: oltre ai soliti rappresentanti minori dei serranidi, troviamo molti labridi e poi altri sparidi come occhiate, boghe, saraghi sparaglione (i più piccoli della famiglia… tra l’altro erbivori) e mormore (amanti del sedimento sabbioso, loro habitat prediletto).

Invertebrati se ne vedon pochi: giusto qualche paguro e alcune specie di granchi, qualche polpo, diversi tipi di gasteropodi ben mimetizzati e infine ricci e stelle di mare; tutto ciò non offre molti colori, e contribuisce al mantenimento della dominante bruno-verde, sempre in forte contrasto con la sabbia e, in ogni caso, affascinante, se si pensa al valore di ambienti simili in bassofondo lungo le coste del Mediterraneo. Sovente, un relitto in poca acqua diventa oasi di vita, punto di raccolta di specie diverse, un misto tra fauna di sabbia e fauna di scoglio.

L’ideale sarebbe vivere l’emozione dell’esplorazione di questo relitto prima in apnea e poi con le bombole, queste ultime da usarsi solo per rimanere sul fondo in posizione adatta a scattare qualche foto.
L’apnea, specie d’estate e meglio senza muta, consente di vivere a fondo la magia del luogo, nel silenzio di un tratto di costa e un lembo di mare ancora selvaggio
, dove giace la testimonianza tangibile di un antico naufragio e dove, mentre ti immergi trattenendo il respiro, ti tuffi un attimo nel passato navigando nel tempo; fino a quando non risali e, svuotando lo snorkel dell’acqua, con un soffio, ritorni al presente.

 

 

 

Francesco Turano

 

 

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