Colapisci  -   L'uomo che diventa pesce per scelta  o  per  necessità   -     Il tuffatore dello Stretto

Archi, la fine di un epoca

 

Correvano gi anni novanta quando il mare di Reggio Calabria offriva la grande opportunità di fare entusiasmanti immersioni notturne alla scoperta dell’incredibile biodiversità dello Stretto di Messina.
I cosiddetti fondi mobili, fatti di fango, sabbia o detrito, con tratti di prateria e tratti di scogliera artificiale, erano il regno di una moltitudine di specie di pesci e invertebrati, che di notte posavano in bella mostra nel fascio di luce di quei pochi fortunati che vivevano questa esperienza.
La vita esplodeva davvero e a volte si rimaneva increduli di fronte a tanta magnificenza.
All’epoca la fotografia digitale non esisteva e le 36 pose di un rullo non duravano mai fino alla fine dell’immersione.

 

Uno dei posti più belli per le notturne era Archi, alla periferia nord della città.
Il fondo di sabbia subito scosceso ospitava una caduta di frangiflutti a cubo che erano diventati substrato per l’insediamento di tantissime creature.
Su tutto dominavano enormi spirografi, con tubi chitinosi grossi e robusti, oltre che lunghi, costantemente frequentati da moltissimi tipi di crostacei, da nudibranchi e da pesci insoliti, tra cui meravigliosi cavallucci marini.
La superficie dei frangiflutto non si distingueva per l’abbondanza di spirografi, spugne, tunicati, echinodermi e policheti multicolore.

Un vero eden per subacquei appassionati di Mediterraneo e dediti in particolare alla foto notturna e alla macrofotografia.

Oggi, nel 2008, molte cose sono cambiate.
Già da diversi anni non si incontrano più cavallucci e gli spirografi sono diminuiti progressivamente nel tempo.
L’altro giorno, dopo molto tempo, son tornato a sbirciare tra quelle pietre. Ma il cuore mi si è andato in frantumi e ogni cosa che vedevo mi portava con la mente al passato, ai ricordi di tanti istanti passati sott’acqua con grande intensità.
Gli scogli adesso son puliti, coperti da poche alghe e lembi di reti da pesca abbandonati. Sopravvivono alcuni tipi di echinodermi, come la stella Marthasterias glacialis e il riccio Centrostephanus longispinus.

Ci sono ancora poche manciate di tunicati e qualche anellide col ciuffo, ma la diversità di un tempo e tutte quelle specie di crostacei che girovagavano nell’intricata foresta degli spirografi sono spariti.
La cosa triste è che non si vede un ghiozzo o una bavosa sul fondo, non si vedono più quegli splendidi scorfani dalle tinte mutevoli, non si vedono più molluschi, neanche i più comuni.
Solo un piccolo gruppo di pesci trombetta mi risolleva momentaneamente il morale mentre mi sposto incredulo tra le pietre del fondo. Qualche donzella e qualche manciata di castagnole mi ricorda che il mare è ancora vivo, ma è scomparsa la ricchezza di qualche anno fa.
Mi auguro sempre che si tratti di un ciclo, ma il fondo così pulito e privo di forme viventi non mi conforta molto.
Una conchiglia di Haliotis vuota e incrostata mi ricorda la loro abbondante presenza; ma cosa sarà accaduto?
Forse c’è un tipo di inquinamento invisibile?

La risposta è difficile, non so darmela.
Certo gli scarichi urbani hanno dato un bel colpo: pochi sono quelli depurati, molti sono abusivi…
E poi c’è la pesca, incontrollata e senza freno.
Reti d’ogni tipo sono usate senza scrupoli da pescatori senza licenza.
Tutti i giorni, per mezzo chilo o al massimo un chilo di pesciolini innocenti e senza valore.
Risultato: il deserto.

Sott’acqua non si vede quasi più nulla.
Non è possibile restare indifferenti di fronte a un tale cambiamento. Luoghi che fino a poco tempo fa erano splendidi e vivi oggi sono monocromatici e spenti.
Ma il mare nasconde lo scempio e dalla terraferma questi danni non si vedono.
Poveri noi.
Assistiamo inermi a questo scriteriato abuso dell’uomo sulla natura senza riuscire a frenare un meccanismo subdolo; non si vuole controllare niente e nessuno e tutto ciò conduce alla morte di un mare tra i più belli d’Italia, tra l’altro unico al mondo.

Il mio giro turistico subacqueo prosegue da un masso all’altro sui fondali di Archi e tra le rocce, nelle zone d’ombra, scorgo ancora qualche spugna superstite.
Moltissimi i lembi strappati di reti abbandonate, penzolanti e lugubri; segno evidente che, nonostante tutto, si continua a pescare.
Guardo in alto per vedere se si vedono ancora quei banchi di salpe e cefali enormi che un tempo frequentavano queste acque, ma vedo solo qualche piccola boga, sparsa qua e là.
Gli scarichi di acque nere sgorgano ancora e forse sono più intensi d’un tempo.
Adesso, dietro quella piazzetta una volta isolata e poco frequentata, dove si posteggiava l’auto e si indossava l’attrezzatura da sub, stanno costruendo palazzine in ogni dove, che vendono a suon di mila euro per la vicinanza al mare.
Ma il mare soffre questa vicinanza dell’uomo, un essere che per lo più vede il mare come una superficie azzurra speculare che riflette i colori del cielo di giorno e le luci dello Stretto di notte, diventando sfondo romantico per l’affaccio al balcone.

Ma senza nulla togliere alla poesia del mare visto da fuori, non conoscere cosa sta accadendo nel mare e ignorarne i problemi costerà molto caro a noi stessi.
Intanto, cari subacquei amanti dello Stretto, sappiate che le magiche notturne di Archi per adesso sono solo un ricordo, un bellissimo ricordo di un luogo oggi in coma profondo. E nessuno fa niente, nessuno parla.
Tutto procede, di corsa, verso il nulla. E’ la fine di un’epoca.

Com’era bello osservare gli ippocampi che, ancorati con la loro coda prensile agli spirografi, si muovevano lasciandosi osservare e fotografare.
Com’erano teneri tutti quei piccoli paguri, di specie diverse, di taglia diversa, con conchiglie diverse, aggrappati con le zampine ai tubi degli spirografi.
E com’era bello vedere tutte quelle orecchie di mare al pascolo sulle rocce, l’Astrea rugosa con il suo splendido opercolo in mostra, e ancora molluschi come il polpo, la seppia, il calamaro.
E poi ancora piccoli crostacei come gamberetti rari e magnifiche galatee. Tantissime granseole e qualche aragostina arricchivano l’ambiente popolando le fenditure, dove la luce dava vita a quei colori che vedevano mescolarsi il giallo dei numerosi Stenopus spinosus con il rosso delle ascidie.
Murene, scorfani, tordi d’ogni tipo che dormivano tra gli spirografi, infiniti ciuffetti colorati di policheti sedentari, saraghi fasciati, pagelli fragolini, numerosissime boghe, zerri e mennole, da non vedere il fondo sottostante; ma neanche ricordo più quanta diversità si gustava ogni sera.
E ogni volta sorprese diverse, come poteva essere un doglio, predatore notturno, o due seppie in accoppiamento.

Fotografare sott’acqua di notte, nello Stretto, era coinvolgente per la diversità di soggetti e per le possibilità offerte dall’acqua limpida e dalle correnti. Fotografare sui fondali di Archi, dopo il calar del sole, era una cosa davvero unica.
Come di Archi potrei dire altrettanto di altri siti limitrofi, impoveriti all’inverosimile.

Per gustare ancora gli ambienti sommersi dello Stretto è necessario uscire fuori città, a sud o a nord, dove ancora la biodiversità fuori norma resiste con una forza senza pari ma dove presto, senza un freno, la situazione potrebbe ugualmente degenerare.

 

Francesco Turano

 

 

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