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L'onda d’oriente


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L’eco dell’enorme cataclisma si sentì forte anche negli abissi dello stretto. Qualcosa di immane era avvenuto dall’altra parte del mondo.
Colapesce percepì l’eco della tragedia attraverso i fondali dello stretto. Il pianeta stesso si inclinò leggermente. Non capì subito ciò che stava accadendo dall’altra parte del pianeta, né riuscì a comprendere subito l’eco lontano che ancora faceva vibrare l’acqua dello stretto.
Conosceva certo quei tremori, ma stavolta erano così lontani che gli arrivarono come un rimbombo remoto. Poi, dopo ore ed ore, sentì le vibrazioni nell’acqua e la vide, negli abissi più profondi tingersi di rosso.
L’onda proveniva da oriente e portava echi ed urla disperate, canti di morte in lingue lontane. La natura che lui amava tanto aveva ancora una volta scatenato i suoi demoni nei mari del Giappone.
I fondali del mare del sol levante si erano squarciati ed all’interno dell’enorme voragine lunga quanto tre volte l’intera Sicilia e larga come la Calabria, si riversavano le acque dell’oceano orientale.
Subito dopo le acque oceaniche erano fuoriuscite dalla voragine che si era creata negli abissi del mare del sol levante e si erano mosse in forma di onda sempre più possente, sempre più alta, sempre più devastante.


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L’onda orientale aveva coperto come una coltre nera il continente nipponico. Neppure gli spiriti degli avi custodi di quella civiltà millenaria avevano potuto nulla. I tanti Colapesce dell’oceano avevano provato a fermare l’onda ed avevano fallito. I Dragoni si erano sollevati in volo, ma neppure loro poterono nulla contro il Re dei Dragoni del mare, il suo colpo di coda, quello che i piccoli uomini chiamavano tsunami aveva sferzato le coste giapponesi portando morte e disperazione.
L’onda colpì, invase la nazione degli uomini, il mare si prese per qualche ora il dominio della terra. Poi si ritirò. Era quel secondo risucchio che Colapesce aveva percepito negli abissi dello stretto, come se da quella lontana onda provenisse un richiamo ad andare, un richiamo a richiudere nel mare la tragedia che aveva colpito la terra giapponese e che, dal mare, aveva avuto origine.


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Colapesce avrebbe voluto lasciare il sostegno alla colonna incrinata posta in fondo al mare dello stretto per correre in aiuto dei suoi fratelli d’oriente.
Poi un pensiero lo fermò.
Nulla poteva ormai più, contro un mostro così immane, capace di deformare per sempre la crosta terrestre, capace di rallentare il tempo, capace di inghiottire l’oceano. Un pensiero corse alle mille e mille vittime di quel Dragone orientale in forma di onda rapace. Decise di non partire.
Piuttosto, nuotò veloce fino nei fondali neri dello stretto, dove il chiarore del magma talvolta appariva tra le rocce semifuse dei fondali. Le faglie slabbrate da secoli e secoli di terremoti erano li.
Quiete.
Sapeva che non sarebbe stato per sempre.

Tornò a galla e, subito, frotte di fere lo attorniarono, giocavano con lui spensierate. Sollevò lo sguardo sulle due città dello stretto che ancora dormivano. Placide, serene come un bimbo che non sa di poter essere ghermito in ogni momento da un orco feroce.
Il Dragone marino dello stretto per ora dormiva.
Ma fino a quando? Avrebbero saputo vigilare i piccoli uomini?
L’ultima sferzata del maremoto dopo il terribile cataclisma del 1908 era stata scordata ed ora, l’onda orientale, ricordava anche agli abitanti dello stretto, con il suo terribile monito.

State all’erta.


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Leobrogno

 

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