Cola PesceColapisci: l'uomo che diventa pesce per necessità o per sceltaI ricordi di Cola: Fatti leggendari

Aci  e Galatea

Aci e Galatea

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Polifemo era anche un gran sentimentale e spesso sognava il momento in cui avrebbe incontrato una dolce fanciulla da fare sua sposa.
Un giorno, mentre era disteso sulla spiaggia, dalle onde del mare vide emergere le ninfe delle acque, così belle e gaie da sconvolgergli il rozzo cuore non abituato a vedere simili bellezze.
Le bianche ninfe, ignare di essere osservate, nuotavano sulla superficie del mare giocando e inseguendosi, spruzzando con l'esili braccia una candida schiuma e spargendo sulle onde azzurrine profumati petali di rose marine.
Polifemo, ammaliato da tanta bellezza, si nascose a spiarle tra i giunchi e i suffrutici. Al suo orecchio, la dolce melodia del loro canto sembrava una musica celestiale.
ln mezzo alle Nereidi se ne distingueva una, la più bella e la più soave, dalla voce dolce e carezzevole. Polifemo la seguì con lo sguardo mentre, scherzando con le sue sorelle, volteggiava leggera sulle onde. E se ne innamorò perdutamente. Folle d'amore il suo cuore prese a palpitare per la piccola ninfa del mare. Si fece coraggio, uscì allo scoperto e si mostrò. Alla vista dell'orrido Ciclope, le ninfe fuggirono spaventate.
Solo Galatea, la più leggiadra e la più dolce delle figlie di Nereo e di Doride, più curiosa che sdegnata, venne alla riva a sgridare l'incauto gigante.
- Chi sei tu - domandò - che così brutto e deforme vieni a turbare il canto mio e delle mie sorelle? Come osi insultare la nostra bellezza col tuo aspetto sudicio e deforme?

Per un attimo Polifemo restò muto, incantato da quella altera e furibonda bellezza. Mai nessun essere umano aveva osato parlargli a quel modo. Mai nessun mortale si era rivolto a lui con tale cipiglio minaccioso, senza restare morto o bastonato. Anche gli dei, conoscendo la sua suscettibilità, lo trattavano con miglior garbo, consapevoli della sua forza e della sua audacia! Eppure quella fanciulla, apparentemente così fragile e delicata, osava minacciarlo e deriderlo, osava disprezzarlo ed insultarlo, senza timore alcuno...
Polifemo ne restò ancora più ammaliato. Messosi in ginocchio, davanti a lei, sulla rena di quell'incantevole spiaggia, avvicinò la faccia alla bianca figura di Galatea e rispose:
- O figlia delle acque, creatura Stupenda, bella come la luna e fiera come una tigre! E' Polifemo che ti parla, il figlio di Poseidone e della bellissima Toosa. Perché mi parli così? Perché mi umili e sfidi la mia ira? Molti uomini ho ucciso per molto meno ... Ma tu sei bella e il mio cuore è impazzito per te ... E tu mi disprezzi? E' vero che non sono bello e neanche raffinato. Ma con la mia altezza posso sovrastare questa stessa montagna e col mio occhio guardare il mondo fin dove l'uomo non è mai arrivato. La mia forza è più grande di quella di mille cavalli, e ho il coraggio di tutti i leoni della foresta... Non sono, forse, queste virtù pari alla tua bellezza?

- O scellerato! - incalzò la bella Galatea, arsa di sdegno - Come osi paragonarti a me che sono la più bella tra le belle? E' vero, la tua altezza supera la montagna, ma hai grande come una caverna anche la bocca e la tua voce è simile allo spaventoso tuono, tanto da far fuggire gli stessi animali feroci. E quel tuo unico occhio è così mostruoso da sembrare gemello al buco del cratere che ti sta alle spalle...

- Ma ho anche un cuore grande, da gigante - riprese il Ciclope sempre più angustiato - che sa amare in modo grande...

Galatea, allora, cambiando tono, proruppe in una grande risata.
- Tu sei tutto grande, Polifemo!... E la tua bocca è così grande che se osasse baciarmi potrebbe anche inghiottirmi ... E il pelo del tuo petto pungermi e ferirmi... E le tue braccia stritolarmi... E poi sei rozzo e sudicio, Polifemo ... Come io sono linda e raffinata. E vesto d'azzurro e tu di nero... E puzzi di zolfo, Polifemo...

- Perché mi dici queste brutte cose? - si lamentò Polifemo cieco d'amore e di rabbia, arrossendo di vergogna. E allungava le braccia per ghermirla mentre Galatea saltava coi delfini, apparendo e scomparendo a suo piacere.

- Ma posso sempre cambiare! - continuava Polifemo - Posso imparare le buone maniere e divenirti anche simpatico...

E Galatea tornò a dire:
- Polifemo, guarda la mia bellezza! Ti sembra ch'io sia fatta per uno come te? C'è ninfa più bella di me in tutto il mare Ionio e l'Egeo? E tu vorresti amarmi? Vieni a prendermi, se puoi... Ma prima diventa bello anche tu, e poi ti amerò...

E Polifemo, pronto, le rispose:
- Ora tutti i giorni io pregherò gli dei e il padre mio Posidone perché mi facciano diventare più bello... E poi, tu, mi amerai?

- Prima diventa bello! - gli rispose Galatea, tuffandosi vicino e spruzzandogli dell'acqua sulla faccia - Prima diventa bello e poi vedremo... Ma certo non sarai mai bello come Aci... Non sarai mai bello come lui ... E non saprai mai amarmi come lui!...- e, volgendogli le spalle, se ne fuggì lontano in mezzo al mare, raggiungendo le sorelle Tetide, Anfitride e Panope alle quali, ridendo, raccontò il suo colloquio con Polifemo.

- Chi è questo Aci che osa essermi rivale? - farfugliava intanto nella sua mente il gigante Polifemo, divenuto triste e pensieroso.

Mentre tornava al suo antro, Polifemo pensò che a non renderlo attraente agli occhi di Galatea potevano essere i suoi vestiti e la sua trascurata persona, con la barba incolta, i capelli arruffati e le mani e i piedi sempre sporchi di nera polvere dell'Etna. Allora cominciò a riguardarsi meglio. Infisse alcuni pioli in un grosso tronco di pino e ne fece un pettine per i capelli e la barba.
Poi, sottratte due barche a degli sventurati pescatori che erano capitati nella sua zona, le adattò come scarpe ai suoi piedi. Uccise quindi un gran numero di lupi, di volpi e di montoni e con le loro pelli si cucì una veste che a lui sembrò magnifica.
Affinò anche il carattere e il comportamento, smettendo di mangiare uomini per non apparire ancora feroce, e imparò a sonare la zampogna con la quale a sera se ne veniva sulla riva del mare, a comporre melodiose serenate per la sua diletta innamorata Galatea. Nonostante ciò, la bella ninfa del mare se ne restava sempre lontana e a nulla valevano i suoi sospiri, forti e rumorosi come folate di vento.

Passarono molti giorni.
(...)
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E intanto il suo animo s'incattiviva sempre di più.
- O Galatea, figlia bellissima del mare... Mia dolcissima ispiratrice... Sposa mia diletta... Non senti come soffro? Vuoi dunque che il mio amore si tramuti in odio? Ti prego, vieni alla riva, fatti vedere... Come posso dimenticarti io che ormai non vivo più, se non pensando a te?

Così dicendo Polifemo, colto da quasi follia, s'aggirava nei pressi, sradicando alberi e sgretolando colline con le mani.
Ma Galatea non appariva. Solo la sua voce, ogni tanto, risonava lontana nell'aria del mare, con note cristalline e gioiose.
- Sei brutto, Polifemo. Tu non sei bello come Aci...

- O Galatea! - implorava l'afflitto gigante - Non ridere di me... Non sfidarmi così, altrimenti la mia vendetta sarà tremenda! Vieni alla spiaggia, invece, parlami... - e s'inoltrava nel mare sino a quando l'onda non gli giungeva al mento, e con le lunghe braccia annaspava sott'acqua spaventando i delfini e vi immergeva anche la testa, per scrutare il fondo, sperando di vederla.

(...)

- Aci, Aci! - gridava Polifemo col pugno alzato verso il cielo - Mostramelo, questo mio rivale, ed io lo distruggerò!

Galatea lo sentiva e rideva. La sua risata limpida ed ironica giungeva all'orecchio del gigante che sentiva il cuore dilaniarsi da mille aculei.

Museo Regionale di Messina - 4 fontaneLa natura d'intorno, sottovoce, mormorava:
- O Polifemo! Galatea è capricciosa... Non pensare a lei, rinuncia. Il suo cuore appartiene ad Aci, il pastorello dai capelli biondi come il grano maturo e dagli occhi chiari come il cielo estivo. Galatea ama Aci e tu non puoi sperare... Dimenticala... va via... lascia il mare, allontanati dalla spiaggia e torna sul monte, perché qui danneggi anche me... E tu Galatea, non scherzare con lui...

- Io amo Aci... - ripeteva Galatea dall'orizzonte del mare, ridendo e scherzando con le onde - E Polifemo è un gigante brutto e deforme ... Corri Polifemo alle tue pecore... Sposa una di loro...

Polifemo sentiva e ruggiva come bestia ferita.
- Bada, Galatea! Bada a te e al tuo amante! Sino ad ora ho avuto pazienza perché speravo di convincerti. Ma se questo Aci s'è preso il mio amore, allora io ti giuro che lo cercherò dovunque, e quando l'avrò trovato lo ucciderò con le mie mani, lo schiaccerò con la mia rabbia, lo dilanierò con i miei denti...

In un altro angolo della spiaggia, intanto, fuori da ogni sguardo ostile, Aci e Galatea si scambiavano tenere carezze, ridendo delle minacce irose di Polifemo. Essi si credevano al sicuro e il loro giovane amore non faceva vedere il pericolo che correvano.

Una sera, mentre una luna chiara inondava con i suoi raggi la breve pianura dove s'aggirava il giovane pastore, Polifemo vide il suo rivale e maturò la vendetta. Divelto dal suolo un enorme masso, lo sollevò al di sopra della testa e poi, di colpo, lo lanciò con tutta la sua forza contro lo sventurato pastorello. Aci, senza un grido, senza un lamento, rimase schiacciato e sepolto.
Il sordo rumore del macigno giunse all'orecchio di Galatea. Col cuore pieno di triste presentimento, uscì dalle acque e i pesci e le bianche folaghe le recarono subito la brutta notizia.
Oh come pianse la bella Galatea e come, straziata dal dolore, si percorse il petto maledicendo Polifemo! Su quella tomba di macigno, per giorni e giorni, lei pianse tutte le sue lacrime, invocando gli dei perché avessero pietà del suo dolore.
Dall'Olimpo gli amici dei a lei rivolsero l'udito:
- O Galatea! Come può il tuo pianto restare inascoltato? Come possono le tue lacrime non commuovere i cuori sensibili degli dei? Ma nulla ormai noi possiamo fare per ridare la vita al tuo giovane amante ... Che chiedi? Cosa vuoi?

Supplice, in mente, Galatea rivolse una preghiera. E da quel masso gigantesco, subito scaturì una sorgente d'acqua azzurrina che si incanalò come fiume e avanzando tra balzi e scoscendimenti corse per le pendici sino a gettarsi in mare, tornando così ad abbracciarsi alla dolce e bianca Galatea che per sé lo tenne e non lo lasciò mai più.

 

Leggi per intero in
Miti e leggende di Sicilia
di Salvino Greco
Dario Flaccovio Editore

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