Rituali nella pesca del Pescespada
nello Stretto di Messina

Le pesca del pesce spada, tranne qualche aggiustamento tecnologico (le braccia e  i remi sono stati sostituiti dai motori, l'albero della feluca dal traliccio) è rimasta simile a quella di epoche più remote.
Un tempo le barche per la pesca erano di due tipi.

La prima, veloce e maneggevole, era per la pesca diurna e veniva chiamata luntru.


Luntru - Ganzirri


Luntru con il classico equipaggio

Il luntro aveva un albero, detto farere, alto circa 3 metri che era posto al centro della barca e su cui saliva un avvistatore. Il resto dell'equipaggio era formato da 4 rematori, ognuno distinto dai compiti da svolgere e dalla posizione dei remi (a paleddha a prua, u stremu e nta spaddha al centro, i puppa a poppa) e un fiocinatore (lanzaturi). Nei corso dei secoli il luntru ha subito diverse modifiche, che hanno visto anche equipaggi più numerosi.
Una barca accessoria e disarmata, la
feluca, era messa di posta per avvistare il pescespada; in alcuni casi le feluche erano due o tre, una vicina alla costa l'altra più distante e una eventuale terza a metà strada.


Feluca ammodernata - Ganzirri

Gli avvistatori (banniaturi), in concorrenza con altri colleghi soprattutto nella costa calabra, potevano trovarsi anche su qualche roccia o collinetta.
Comunicavano l'avvistamento al
luntro,  a loro associato, attraverso bandiere bianche o remi.
Il pesce era del primo che lo avvistava e la barca aveva e ha ancora il diritto di sconfinare nelle aree di posta altrui, fino alla cattura o all'inabissamento della preda
.
Al grido di un ringraziamento a San Marco, il pescespada veniva fiocinato con un arpione a due punte (
draffinera), di probabile origine araba; poi, lo si lasciava scorrere liberamente fino a stancarlo, in modo da poterlo recuperare senza difficoltà con la sagola che era legata agli arpioni.


Lanzaturi -
Bagnara Calabra, luglio del 1967 -
 www.olycom.it

Il secondo tipo di barca, la palamitara, era usata per la pesca notturna.


Palamitara a Scaletta Zanclea - 1959

La pesca avveniva calando delle reti lunghe anche 1000 m che venivano chiamate palamitare, da cui il nome della barca. Per una tradizione, che per certi versi permane, la pesca avveniva in aree prestabilite, normalmente 10 poste, a loro volta suddivise in aree più piccole.
Questo tipo di pesca, che ancora sopravvive, è indiscriminata, in quanto spesso restano catturati gli esemplari giovanili, che per il loro aspetto goffo vengono chiamati
puddicinedda (pulcinella).
Le palamitare
venivano anche usate per la pesca delle alalunghe, specialmente nella parte sud di Messina.


La moderna feluca o passarella

Oggi nello stretto e lungo la costa Calabra del Tirreno, per la pesca del pescespada si usano barche a motore che hanno un traliccio alto 20-25 m, alla cui sommità si trovano avvistatori e timonieri,  e una passarella lunga fino a 45 m, alla cui estremità va il fiocinatore (fureri).

Nonostante i nuovi accorgimenti tecnologici, la pesca è ancora intrisa di antichi rituali.
Ad esempio nelle ultime sparute antiche palamitare, sopravvive l'uso di porre a prua un'asta con alla sommità una palla azzurra o rossa in legno, su cui erano dipinte le stelle dell'Orsa maggiore, separate da una fascia bianca, con probabile riferimento alla cultura fenicia.

Un rituale ormai svanito, anche se molte parole permangono nell'espressione dialettale, era quello di accompagnare la pesca con cantilene in greco, perchè la superstizione voleva che se si fosse cantato in altra lingua il pesce sarebbe andato perduto.

Meno intellettuale è il rituale della "runzata", che consisteva nel fare urinare le reti dai bambini, per augurio di una buona pesca.

Un altro rituale, che è divenuto col tempo una specie di diritto territoriale, era quello di suddividere le zone di mare in aree (posta) da assegnare agli equipaggi e in cui pescare.

Lo schiticchio o scialata  era un pranzo o una cena abbondantissima che i padroni delle barche offrivano ai marinai nelle feste dei mesi invernali,  per sopperire, specie nei tempi in cui la fame si faceva più sentire, alle necessità alimentari della famiglie, che potevano, fra l'altro, rifornirsi per un po' di tempo con il cibo non consumato. Era anche l'occasione per contrattare gli uomini dell'equipaggio per la stagione successiva.
La tradizione dello schiticchio permane ancora oggi, ma al solo scopo di incontrarsi con gli amici in uno spirito di convivialità.

Foto di Walter Preitano.

Il più misterioso dei riti resta la "cardata da cruci", che consisteva e consiste tuttora nell'incidere con le unghie la guancia destra del pescespada, in modo da lasciare un segno di croce multiplo.  Fra le varie ipotesi, sembra accreditata quella che fosse un segno di prosperità o di riconoscimento nei confronti del pesce per il suo nobile valore di combattente. Il segno non deve farlo il fiocinatore.

In relazione alla cattura, la carne attorno al punto in cui si è conficcato l'arpione (botta) andava al ferraiolo (mestiere pressoché sparito), in qualità di proprietario dell'attrezzo, che veniva datoi in affitto.  Il taglio del ciuffo spettava invece al fiocinatore.

Ancora adesso, se si avvista una parigghia (un maschio e una femmina), la tradizione vuole che il primo pesce ad essere fiocinato sia la femmina, in modo che si possa fiocinare successivamente il maschio, in quanto questi resta nei paraggi nella ricerca della compagna.

Anche la nomenclatura volgare del pescespada è legata in qualche modo alla stagionalità della pesca, tanto che i pescatori, con un po' di fantasia, riescono ancora distinguere diverse varietà. Così c'è un ipotetico pisci i jùsu, un pisci 'i San Giuvanni, un pisci niru e addirittura un pisci invisibili

Se per molto tempo non si riusciva a pescare pescespada, il rituale era quella della benedizione della barca da parte di un prete o nei casi più ostinati bisognava fare ricorso a formule magiche e pozioni le più disparate. Se la pesca tardava ancora ad essere proficua una ragazzina doveva fare la pipì sulla prua (questa pratica era in auge specie in Calabria).

Un rito culinario è quello del pescespada cucinato ad involtini alla messinese, che richiedono perizia e sapienza, oltre ad un taglio del pesce particolare, per ottenere piccoli e gustosi bocconcini.

Approfondimenti in  www.aquatech-calabria.it

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