Il mare, la notte
(Soggetto e testi: Fabrizio Palmieri; Sceneggiatura: Manlio Mattaliano)

 TAVOLA 1
 VIG. 1: Piccola. Esterno notte. Il mare scuro si incontra con il cielo in una notte in cui arrivano solo fiochi raggi di luna a rischiarare il mare.

DIDA: Ho sempre avuto paura della notte.

 VIG. 2: Grande. Esterno notte che continua in piano sequenza la prima. Vediamo la Luna piena che adesso illumina con il suo lungo abbraccio l’acqua scura.

DIDA: Il buio che abbraccia le acque come un silenzioso sudario, spezzato dalla fioca luce della Luna: un occhio gigante in un pozzo di nulla.

 VIG. 3/4: Zoom out. Uno scorcio all’altezza delle braccia di un uomo che fissa il mare. Vediamo solo il suo braccio, una parte della testa e del tronco.

DIDA: La brezza che accarezza le mie braccia nude come se reclamasse la mia stessa anima; l’odore del mare che  le tenebre celano alla mia vista ma che ricorda l’afrore dei fiori appassiti su una tomba; le stelle che, splendenti, mi osservano maligne come penetranti occhi attraverso il buio universo;

 VIG. 5: Frontale dei piedi dell’uomo mezzi affondati nella sabbia con in prospettiva la risacca che arriva sulla battigia a provocare quella leggera schiuma.

DIDA: la sabbia che ghermisce i miei piedi fino alle caviglie minacciandomi di precipitare il mio corpo in un baratro infinito; il frangersi delle onde sulla battigia come le porte dell’inferno che si aprono per accogliere la mia anima.

VIG. 6: PP frontale del nostro Colapesce.

DIDA: No, non ho mai amato il mare. Se dovessi esprimere una preferenza questa andrebbe ai monti o tutt’al più alla collina.

TAVOLA 2
VIG. 1: Il nostro personaggio tira a bordo le reti per andare a pescare.

DIDA: Il mare mi repelle e mi repellono le notti estive e mi repelle questo legno sul quale, anche questa notte, sarò costretto a navigare.

VIG. 2: IL nostro personaggio spinge la barca verso il mare, con un evidente fatica e con dei gesti che però sono ormai un opprimente consuetudine per lui.

DIDA: Come ogni notte. Come una punizione divina. Come in un girone dantesco. Come se il destino avesse in mente, per me, qualcosa…

VIG. 3/4: Dettagli progressivi tra Colapesce che comincia a remare e gli scanni dei remi. La sensazione che deve trasmettere questa tavola è quella di una quotidianità talmente logora da essere divenuta quasi insopportabile. Quindi curare dettagli come il logorio dei remi nella girata degli scarmi, il nome della barca liso quasi da essere illeggibile, etc.

DIDA: Eh si, ne sono convinto. Tutte le notti la stessa cosa: spingo la mia barca in acqua, metto i remi negli scanni, remo verso Scilla, e mi fermo a duecento braccia dalla riva, là dove la corrente mi consente di pescare.

VIG. 5/6: Grande. Colapesce al largo, con la sua barca, la luna sopra di lui e il riflesso che si infrange sull’acqua spostata dalle sue remate. Come un piano sequenza dobbiamo poter seguire la scia della barca di Colapesce dal fondo della vignetta, fino al largo dove si ferma per fare capire il percorso che ogni notte, sempre uguale, è costretto a fare.

DIDA: Ho sempre la stessa sensazione: qualcosa deve accadere, mentre le stelle continuano a guardare maligne riflettendosi nel mare.

DIDA 2: Ma questa notte non ho paura perché sono in vostra compagnia.

TAVOLA 3
VIG. 1: Esterno giorno, piccola. Adesso siamo sul lungomare del moletto di una qualunque cittadina del sud, dove si radunano all’alba i pescatori che arrivano dalla notte. Vediamo in PA Giufà di profilo in PP e Colapesce che in prospettiva in SP lo guarda con uno sguardo di uno che comunque gli deve qualcosa.

DIDA: Se non ci fosse stato Giufà la mia, chiamiamola, vita sempre in balia di queste scure onde sarebbe tragedia.

VIG. 2: I nostri due frontali, in PA, e con uno scorcio del tipico paese di pescatori alle spalle (case basse e bianche, etc). In PP arriva una ragazza dalle belle forme e Giufà le punta gli occhi addosso.

DIDA: Giufà è uno strano individuo: di esile corporatura e dal costante odore di mare, è il mio consigliere, il mio secondo sulla barca, il mio peggior nemico e l’unico al quale io riveli i miei pensieri.

VIG. 3: Stringiamo sui due con un’inquadratura di tre quarti, con Giufà che esprime tutto il suo apprezzamento per il sedere della ragazza che gli sta passando davanti. La faccia di Colapesce, pur seguendo i commenti di Giufà, deve essere leggermente inespressiva perché è come se fosse concentrato a raccontarci quello che stiamo leggendo in dida.

DIDA: Sarà perché nessun altro intende passare il tempo con me, e ne' io ne' voi possiamo biasimarli…

VIG. 4: Giufà commenta la ragazza al suo amico Colapesce per dire che è una varrebbe sicuramente la pena farsi. . Attenzione a mettere tutta l’attenzione della vignetta su di lui e sulla sua espressione!

DIDA: Giufà, vi dicevo, ha gli occhi di un intenso castano, profondi, scrutatori, riflessivi. La sua saggezza che definirei millenaria, volendo usare un eufemismo, emerge da ogni suoi sguardo. Non è certamente la persona che vostra madre vi indicherebbe come esempio di vita. No, non di certo.

VIG. 5: PP divertito di Giufà ed in secondo piano Giufà che ride appresso a lui.

DIDA: E d'altronde nemmeno io –e ne sono cosciente –  sono un fulgido esempio o, men che meno, un ricettacolo di principi puri e casti.

VIG. 6: Esterno notte. Siamo tornati in mare, nel silenzio della notte.

DIDA 1: Eppure questa notte voi siete con me, in mezzo a questo mare, consci, come lo sono io, che un destino debba compiersi: ma quale?

DIDA 2: Giufà avrebbe sicuramente una risposta. Ciò che non gli manca è la presenza di spirito e tantomeno il senso dell’umorismo. Talvolta mescola abilmente le due cose per creare aneddoti unici.

TAVOLA 4
VIG. 1/4: Un piano sequenza realizzato in stile quasi fiabesco, dove vediamo Colapesce che si getta nelle acque dello stretto e a reggere la colonna incrinata che si trova sotto Capo Peloro. Facciamo notare che Colapesce respira tranquillamente sott’acqua e che gli pesa comunque reggere la colonna. La divisione ottica delle vignette potrebbe essere il mare, le alghe, o altro elemento interessante da inserire.

DIDA 1: Pensate che quando mi conobbe mi raccontò la storia di un suo conoscente, tale Colapesce.

DIDA 2: Più che un uomo era una sorta di leggenda: la storia di un tale che per salvare la Sicilia si immerse nelle acque dello Stretto di Messina per reggere una delle tre colonne su cui poggerebbe l'isola.

VIG. 5: Torniamo al nostro villaggio di pescatori della pagina precedente. Direi un campo medio in cui facciamo vedere qualche dettaglio in PP (una cassetta con le reti, un salvagente appoggiato ad un muro, delle reti stese a prendere il sole) Colapesce fa un gesto di noncuranza a Giufà con la mano come per dire: “ma che dici!” e Giufà rimane impietrito dal suo atteggiamento incredulo.

DIDA: Sulle prime presi a deriderlo ed a dargli del credulone. Figurarsi: chi sarebbe tanto stolto da pretendere di trattenere il respiro così a lungo nelle gelide acque messinesi!

VIG. 6: Quindi Colapesce imita se stesso storpiando l’ultima immagine del piano sequenza. Lo vediamo quindi in un MB, con accanto un Giufà affatto divertito, che gonfia le guance come se stesse sott’acqua e alzare le mani nel gesto di sollevare qualcosa di molto pesante sopra la sua testa con un finto sforzo.

DIDA: E chi potrebbe mai giungere fino agli abissi ed, in eterno, trascorrere ogni singolo giorno (in realtà dissi "maledetto giorno", perché solo una maledizione quella potrebbe essere, non un gesto eroico di certo!) con una colonna sulle spalle, come se fosse un novello Atlante?!

TAVOLA 5
VIG. 1: (piccola) PP di Giufà abbastanza seccato.

DIDA: Giufà non rispose.

VIG. 2: (grande) Campo medio frontale. I nostri due personaggi, seri rispetto alla tavola 3, camminano su una discesa di cemento che porta a mare. Giufà ha le mani dietro la schiena e guarda Colapesce con sguardo penetrante e assorto. Colapesce quasi imbarazzato di tanta serietà. Siamo ormai al tramonto e quindi le ombre si allungano.

DIDA: Dopo avermi rivelato che proveniva dall’Arabia e che da molti anni gli isolani avevano storpiato il suo nome a causa della difficoltà di pronuncia – solo dopo molto tempo mi rivelò chiamarsi Ghuh'â, ed ammetto che tale nome è assolutamente impronunciabile – si limitò a guardarmi con quegli occhi penetranti….

VIG. 3: Andiamo in PP di Giufà, in soggettiva da Colapesce che gli sta accanto. Quindi un trequarti frontale. Nella tavole si deve respirare un atmosfera sospesa, drammatica.

GIUFA’: Non credi a Colapesce? Non credi a ciò che ti dico?

VIG. 4: CC: soggettiva di Giufà che guarda il suo amico Colapesce con la bocca semi aperta, pronta a dire qualcosa che ancora non riesce a uscire dalla gola.

DIDA: Immaginate la mia sorpresa: sembravo uno di quei bambini che si riuniscono vicino ad un falò, nelle notti d’estate, e che raccontano storie di navi fantasma o di antichi tesori sommersi, protetti da una seppia enorme di nome Cariddi…

VIG. 5: Uguale alla precedente, solo che stavolta qui Colapesce parla.

COLAPESCE: No…

VIG. 6: Allarghiamo di nuovo. Colapesce e Giufà soli in piedi che si fissano in mezzo al nulla di uno scorcio di lungomare immoto e silente. Siamo al tramonto, quindi ombre lunghe e riflessi accesi per accrescere un momento di drammaticità.

DIDA: Risposi come se fossi in trance, ma più che l’esternazione di un mio sentimento contrario alle sue parole – e vi giuro che ero assolutamente incredulo – risultò come una domanda.

TAVOLA 6
VIG. 1: PA di Giufà che sorride alla risposta di Colapesce, quasi che se l’aspettasse.

DIDA: Volevo sapere, intendevo scoprire cosa quel dannato ragazzo arabo con gli occhi di un pluricentenario, avesse intenzione di comunicarmi.

VIG. 2: Allarghiamo in un campo lungo. In PP Giufà che con un gesto della mano esorta Colapesce a seguirlo, con quell’espressione della serie “adesso ti farò ricredere” e dietro di lui Colapesce che esita a seguirlo, ancora perso nelle sue riflessioni.

DIDA: Giufà mi fece cenno di seguirlo sulla spiaggia, con la pazienza che ha un genitore con un figlio all’alba della propria esistenza.

VIG. 3: Giufà che spinge con delicata inerzia la barca a mare, con i remi innestati negli scarmi girati verso l’interno della barca, mentre un silenzioso e curioso Colapesce lo guarda in piedi.

DIDA: Innestò i remi negli scarmi con la stessa decisione di chi volesse trafiggere il cuore di qualcuno ed, alla fine, come se si fosse trattato di un rituale lungo un’esistenza, varò il legno sul quale oggi siete voi, con la cura di un becchino che ricompone le spoglie di un cadavere affidato alle sue cure.

VIG. 5: Totale stretta. Barca che scivola nel mare piatto e silenzioso. Remi ancora calati che segnano il mare. Di spalle abbiamo Colapesce, mentre frontale Giufà.

DIDA: Giunti in alto mare pronunciò le parole che oggi io dico a voi…

VIG. 6: Stringiamo su Giufà in PA, seduto immobile e quasi imperioso sul legno.

GIUFA’: Sei pronto ad incamminarti in un mondo fatto di navi fantasma e tesori sommersi vigilati da mostri?

VIG. 6: CC di Colapesce, con un sorriso compiaciuto.

DIDA: Ebbene amici miei, miei pionieri ed esploratori di relitti sommersi infestati di spettri: io risposi come voi!

TAVOLA 7
VIG. 1/2: Totale laterale. Esterno notte. Siamo tornati alla sequenza iniziale, in cui Colapesce è da solo in mezzo allo stretto. Lo vediamo che fissa la luna che si riflette sul mare.

DIDA 1: Adesso, dopo il dono che vi ho concesso, vi dibattete su questo legno proprio come feci io: lottate tra la vita, il mondo ordinario degli uomini che vivono di giorno, e la morte.

DIDA 2: Il mondo in cui i vostri animi di fanciulli forse si risveglieranno per toccare con mano le paure raccontate intorno ad un falò in una notte d’estate.

VIG. 3: Stringiamo su Colapesce che sempre fissando la luna si comincia a sbottonare la camicia, come ipnotizzato.

DIDA: Voi sceglierete. Voi sarete artefici della vostra futura vita in un corpo morto. Ordinerete a voi stessi se essere polvere o se credere in quel ragazzo che regge una delle tre colonne della Sicilia.

VIG. 4: Totale di Colapesce in piedi sulla barca in controluce rispetto alla luce della luna.

DIDA: A me è bastato assaporare il vostro ingenuo sangue, riscoprire cosa un tempo sono stato ed apprezzare ciò che adesso sono e che sempre sarò.

VIG. 5: PP di Colapesce che ride sotto i baffi, calando gli occhi dentro la barca.

DIDA: Solo un avvertimento…

TAVOLA 8
Splash page con vignetta ad innesto e poi spazio in fondo con tutti i crediti.
VIG. 1: Totale frontale di Colapesce in piedi sulla punta della barca (che quindi alle sue spalle è leggermente incurvata) che si prepara a tuffarsi nella acque scure dello stretto mentre la luna rischiara questi momenti.

DIDA: …nessuno provi ad immergersi nelle acque dove si erge la colonna di Capo Peloro, quello è il mio dominio, un luogo in cui nemmeno l’anziano Giufà osa inabissarsi, poiché quella è la tana dei mostri, la casa di Colapesce.

SPLASH PAGE: Colapesce che si inabissa nel mare, quasi trasfigurato e recuperando le sue orecchie un po’ appuntite, da creatura marina. In fondo al mare vediamo anche la famosa colonna che regge la Sicilia.

DIDA: Chi sono io? Sono colui che regge una colonna della Sicilia, sono colui che ha retto il vostro destino, sono colui il cui futuro è scritto: finché io ci sarò voi non dovrete temere, perché la vostra terra è al sicuro.

IL MARE, LA NOTTE
Soggetto e testi: Fabrizio Palmieri
Sceneggiatura: Manlio Mattaliano
Disegni di: Florinda Cerrito (copertina)
Laura (tav. 1)
Emanuele (tav. 2)
Giovanni Ruello (tav. 3)
Annamaria (tav. 4)
Michela de Domenico (tav. 5)
Sergio Algozzino (tav. 6)
Alessandra (tav. 7)
Salvo di Marco (tav. 8)
Supervisione: Michela De Domenico

FINE

Sommario Racconti

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