La storia di Colapesce 

A MESSINA

(dove il poeta è  nato)
(stralcio dai canti del nonno)

 

Messina, lungomare
 

C a p o L X II

(dal 12 al 15 feb. 2000)

 

Colapesce era un bel ragazzo

che in mare sempre si immergeva,

per pesci e fondali andava pazzo,

nelle vene acqua salata egli aveva.

 

Sua mamma era sempre in chiamata

"Nicooola torna a terra, in fretta!"

sin quando, fortemente disperata,

gli lanciò una frase maledetta

 

"cunnutazzu, mi diventi, a mità,

mezzu omuuuu e mezzu pisci…"

La maledizione fu subito là

ed il codino "d’arreti ci crisci".

 

Da qui il nome di Colapesce,

che è, però, della riviera, un vanto

perché, tutto da solo, riesce

a spingere anche un bastimento.

 

All’orecchio del re è arrivato

e Cola fu portato a palazzo reale.

Era un re tedesco, ma garbato,

e gli disse, in modo cordiale,

 

"Cola, so che sei un lupo di mare,

sei maestro per lena e per nuoto

scendi nei fondali, vai a scrutare

se sotto la città c’è del vuoto."

 

Colapesce, con quella coda esterna,

con busto di squami, color cangianti,

(per la maledizione materna!),

rispose "‘gnorsì" e si tuffò in avanti.

 

Girò tutti i fondali che vedeva,

ispezionò tutte e tre le colonne,

sulle quali l’isola si reggeva,

ma, ahimè, ne vide una non indenne...

 

Colapesce riemerse di là a poco

"sutta la città ci sta ‘na culonna,

vicinu ci sunnu lingue di foco,

essa, mi pari a mia, ‘na cundanna

 

‘chì teni u pisu da nostra città.

Si tratta di nu massu lesionatu

che è successo tantu tempu fa

per ‘nu sisma, ‘nu forti terremotu."

 

Così riferì al Suo Maestà

che era ad attenderlo curioso.

Il re lo interruppe e disse "altolà,

voglio la prova, è pericoloso!"

 

Cola si rituffò verso gli abissi

in cerca delle fiamme e del fuoco

prese due pezzi di lava, ben fissi,

e ritornò su, come fosse un gioco.

 

Li consegnò in mano al Sovrano,

il quale rimase così contento

che gli strinse persino la mano

ma nel suo gesto, in quel momento,

 

gli si sfilò dal suo dito l’anello

che finì, dritto dritto, in quel mare

"sangue di qua e porco d’un budello…"

Il re incominciò ad imprecare.

 

Disse "comu fazzu Colapisci,

quell’anello un ricordu era,

mi hai sentitu, tu lu capisci?

In testa il malaugurio mi dispera!"

 

E poi il Sovrano ben concluse,

sempre parlando in lingua sicula,

‘che era con mascelle tutte chiuse

e denti di fuori come Dragula.

 

"Cola, sugnu nelle tue braccia,

scinni sutt’acqua e pisca l’anellu!"

Guardandolo molto bene in faccia,

"sembrava un omu senza cervellu".

 

Colapesce accettò di andare

ma pretese un moggio di lenticchie

prima di tuffarsi ancora in mare.

La maestà si sfregò le orecchie,

 

chiese il perché di una tal richiesta

e Cola disse "si non trovu l’anellu,

Vi riportu il moggiu sulla cresta,

ma, si lu trovu, le lenticchie mollu,

 

esse verranno prima di me a galla

così V’annunzierò che l’ho trovato".

Indi si tuffò come una molla

col pacco in mano, preparato.

 

Il re era in attesa tutto teso.

Passato che fu un po’ di tempo

diventò ancora più nervoso

ad un tratto, tutto come un lampo,

 

si videro le lenticchie galleggiare

il re fece un gesto di vittoria

ed aspettò Cola fuor dal mare,

ma Colapesce non emerse all’aria.

 

Egli rimase bloccato giù nel fondo

perché, la colonna, egli s’accorse,

ahimè, stava del tutto crollando,

e, per sostenerla, ivi egli corse.

 

Colapesce ancora è là, che sopporta,

"u pisu, di ‘sta città", sulla spalla,

che è di quell’isola la porta,

sin quando non s’incazza e torna a galla….

 

Questa è la storia che donna Mica,

in ore fresche sul finir della festa,

raccontò a qualche sua amica

giovine di età e grilli in testa.

 

Tutte ammirarono Colapesce

e lo sognarono loro sposo a letto

ma lui invece è lì che patisce

per la vita di un popolo prediletto.

 

Stretto di Messina

 

Giove

Zeus

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