ColapisciColapisci: L'uomo che diventa pesce per necessità o per sceltaLe Feste di Cola

Il  Templare  maledetto

Museo Regionale di Messina

Fra le tradizioni ve n’è una rimasta particolarmente viva nella memoria del popolo messinese, e risale alla guerra del Vespro.

Da diciannove anni, la Sicilia era tormentata da vicende guerresche che imprimevano sempre nuovi aspetti nello schieramento dei contendenti.
I primi mutamenti erano venuti con il coinvolgimento, a favore della Sicilia, di re Pietro d’Aragona, che vantava diritti sopra l’isola, per avere sposato Costanza, figlia di Manfredi.
A lui ubbidiva il più valente ammiraglio del tempo: Ruggiero di Lauria, e, con il suo aiuto, i Siciliani avevano inflitto diverse sconfitte alla flotta angioina.
Altri mutamenti apportarono la morte di Carlo d’Angiò, come quella di Pietro d’Aragona.
All’Angiò succedeva il figlio, anche lui di nome Carlo, il quale continuò, con maggiore tenacia, il tentativo di riconquistare la Sicilia; Pietro lasciò tre figli: Alfonso, Giacomo e Federico, ai quali, per testamento, andarono, al primo, il regno d’Aragona, e, al secondo quello di Sicilia; morendo, poi, Alfonso senza eredi, la corona d’Aragona passò a Giacomo, mentre, quella di Sicilia, doveva toccare a Federico.
Giacomo, invece, non solo tenne per sé anche l’isola, ma trattò con Carlo d’Angiò, combinando un matrimonio della sorella, di nome Iolanda, con Roberto, primogenito dello stesso, e duca delle Calabrie, al quale sarebbe andato il governo della Sicilia. 
Alla notizia di tale tradimento, i Siciliani insorsero, proclamando re Federico. Questi, dopo tale evento, si trovò a combattere, non solo contro gli Angioini, ma pure contro il fratello Giacomo, e contro il suo ammiraglio, Ruggiero di Lauria, il quale, con la sua potente flotta, cominciò ad infliggere gravi perdite ai Siciliani, nel passato, suoi alleati.

Il giovane e valoroso Federico, contava soltanto sulla fedeltà dei suoi sudditi, sull’aiuto di pochi compagni d’arme che l’avevano seguito dal regno d’Aragona, e su pochi avventurieri in cerca di fortuna, e sempre pronti a mutare bandiera.
Fra questi ultimi, vi era un guerriero molto noto per essere, specialmente, un ardito navigatore: Ruggiero de Flor. Egli, nato a Brindisi, da poveri genitori di stirpe tedesca, dalla necessità, era stato costretto ad arruolarsi, come mozzo, sopra una nave di Templari, o Cavalieri del Tempio, ordine religioso-Cavalleresco, che aveva preso il nome dalla residenza nel palazzo dei re cristiani di Gerusalemme, in conseguenza delle Crociate, presso il luogo dove sorgeva il tempio di Salomone.
Fontana MontagnarealeRuggiero de Flor, dopo aver trascorso la gioventù tra il sartiame, i remi e il grido di battaglia, per il valore dimostrato nei continui scontri contro i musulmani, venne accolto nell’Ordine.
I Templari, oltre ai voti monastici, avevano l’obbligo di scortare e difendere,
da bande armate, i cristiani che si recavano, in pellegrinaggio, nei Luoghi Santi, e ognuno di loro, doveva sapere affrontare, da solo almeno tre avversari. 
Ruggiero de Flor, dotato di un fisico eccezionale, mostrando intelligenza e capacità, ebbe presto il comando di una nave per corseggiare a danno dei musulmani; egli invece, ambizioso e assetato di ricchezze, badava, piuttosto, ai propri interessi; per tale ragione, prima venne ammonito, poi, cacciato dall’Ordine e scomunicato, e, per la vita intrapresa, in seguito, venne conosciuto come il
"Templare maledetto". 
Venuto in Italia, aveva in mente di conquistare una terra, un castello e un titolo nobiliare; per questo, aveva bisogno di combattere all’ombra di una bandiera. Non c’era migliore occasione della guerra tra Angioini, Aragonesi e Siciliani; per prima, offrì i suoi servizi a Ruggiero di Lauria.

- Non voglio un pirata, - gli rispose, con disprezzo, l’ammiraglio.

E il Templare, di rimando:
- Se avessi la vostra flotta, e voi le mie due navi, sareste disprezzato come un pirata, ed io stimato come un ammiraglio di voi più rispettabile.

- Cosi va il mondo - concluse l’altro, con sarcasmo.

Ruggero de Flor, si recò da Federico, il quale l’accolse subito, avendo estremo bisogno di combattenti. 
Dopo tante guerre e tante devastazioni, il 1301, per la Sicilia, è un anno di terribile carestia: le campagne rimaste incolte, gli alberi tagliati, le vigne distrutte, gli armenti rapinati, sono causa dell’assoluta mancanza di alimenti. Ai Francesi sembra opportuna questa situazione, per un tentativo decisivo contro l’isola ribelle.
L’uomo che deve attuarlo, è Roberto, il cognato di Federico. Egli pensa di stringere d’assedio Messina; è sempre questa la città ad essere investita per prima.
Dopo avere ordinato a Ruggiero di Lauria d’incrociare, con cento galere, il canale, sbarca, con l’esercito, a Roccamodore, e, seminando distruzioni e lutti, cinge d’assedio la città, che vuol prendere per fame.
Qui le strettezze alimentari sono tali, che la gente e costretta a cibarsi delle carni di giumenti, di cani, di gatti, e persino di topi.  Molti muoiono di fame nelle loro case, altri, smarriti e pallidi, cadono, esausti, per le vie, le madri non sanno come sfamare i figlioli, e li vedono morire tra le loro braccia. 
Re Federico, con i suoi, compie prodigi per rompere l’accerchiamento e introdurre vettovaglie in città, ma è ben poca cosa per tanta gente.

Museo Regionale di Messina

In quel tempo viveva, a Messina, nel convento dei Padri Carmelitani, un frate di vita austera, di nome Alberto, da tutti stimato un santo.
Il re e le principali autorità si recano da lui per chiedere consiglio e aiuto; il frate li accoglie benevolmente, e li invita a tornare l’indomani, con i capi dell’esercito, per ascoltare la Santa Messa; intanto, egli trascorre lungo tempo in preghiera.
L’indomani, di buon mattino, sono tutti in chiesa, e ascoltano la Santa Messa; al termine, il santo si rivolge ai presenti, annunciando che Messina sarà rifornita di grano per mare.

- Com’è possibile? Siamo stretti d’assedio... - esclama Federico.

- Ciò che è impossibile agli uomini, è possibile all’Onnipotente, - risponde, con un dolce sorriso, il sant’uomo; e continua: - per intercessione della Vergine della Sacra Lettera, Egli compirà il prodigio; - cosi dicendo, guarda in volto tutti i comandanti, in piedi, austeri; i suoi occhi si fissano su Ruggiero de Flor:
- Ecco chi compirà l’impresa! - esclama con voce sicura.

- Io?! - balbetta il designato, - sono scomunicato, maledetto...

- Il Signore sceglie chi vuole, - dice il Santo, - e, mentre parla, i suoi occhi risplendono di tanta luce.
Poi si avvicina al Templare, e gli mormora, piano, qualcosa che lo lascia stupito, costringendolo ad abbassare lo sguardo.

Il re Federico, accogliendo come un’ispirazione divina le parole del frate, consegna credenziali e grosse somme di denaro a Ruggiero de Flor il quale, in compagnia di pochi fidati, e di una buona guida, a cavallo, sfuggendo alla sorveglianza del nemico, si reca nella città di Sciacca dove compra tutto il grano che trova, e, requisendo, in nome del re, dodici galere, le fa caricare, guidandole nel porto di Siracusa. Radunando, poi, i capitani delle galere, dice loro, senza preamboli:
- Andiamo a Messina.

Gli uomini di mare si guardano costernati:
- E' impossibile, cadremo nelle mani del nemico.

Ogni discorso sull’aiuto soprannaturale, non sarebbe stato capito da quella gente, quindi Ruggiero de Flor esclama, deciso:
- E questa la volontà del re; chi si rifiuta, sarà punito come traditore.

- Noi siamo pronti a rischiare la vita e perdere le navi, se cosi comanda il re, - esclama il più anziano dei comandanti - ma ... la ciurma non vorrà.

Ubbidire; tutti sanno che lo stretto è sorvegliato dalle navi nemiche.

- Per ora, tenete per voi il segreto, al momento giusto, parlerò io ai marinai, - dice il Templare.

 Intanto, egli osserva il cielo con impazienza, passeggiando sulla tolda d’una nave di cui ha il comando.

 - Egli l’ha promesso, - ripete a fior di labbra; - egli è un santo.

Ad un tratto, si accende il suo sguardo: verso ponente, agli ultimi bagliori del sole che tramonta, vede le nubi dipingersi di un rosso intenso che si riflette sul mare. E il tempo favorevole tanto atteso. Al sopraggiungere delle tenebre, infatti, si leva un forte vento di scirocco:
- Salpiamo! - ordina Ruggiero.

- Dove andiamo? - chiedono i marinai.

- A Messina! - grida.

- Sopra una nave, si rifiutano di partire.

Là salta subito il Templare, urlando:
- Voi temete di cadere nelle mani degli Angioini? Che cosa vi potrà accadere più della prigionia? Io dovrò temere! Io, messo al bando della cristianità; se mi avranno vivo nelle mani, i nemici mi appiccheranno al pennone d’una nave. Ma, io vi dico, - continuò ancora più deciso, - o giungeremo a Messina con le navi cariche, o sprofonderemo negli abissi. Sappiate però, che un santo ci assiste con le sue preghiere: noi arriveremo a destinazione.

- Io non metto in pericolo la mia vita; io non credo ai santi, - esclama, sprezzante, un marinaio, un omaccione.

- Se non hai fiducia nei santi, crederai a satanasso! - gli urla sul viso il Templare, e l’affronta con tale cipiglio, che il malcapitato si affretta a dichiarare che vuole andare a Messina.

- Sciogliete le vele! - ordina Ruggiero, e parte con la sua nave, seguita dalle altre undici.

Nella notte, il vento di scirocco soffia gagliardo, e le dodici galere, spinte, sulle creste delle onde, giungono presto nel canale di Sicilia.
Immoto, sulla tolda della sua nave, sferzato il volto dalle raffiche del vento, Ruggiero de Flor figge lo sguardo nelle fitte tenebre.
Quando spunta l’alba, guarda, con insistenza, verso le coste calabresi.

- Ancora non ci hanno avvistato, - mormora; - non tarderanno ad accorgersi.

Più forte il vento sembra spingere le navi tra le onde minacciose; le vele, gonfie, par che debbano strapparsi. Ad un tratto, un brivido assale i marinai: lontano, presso Capo Spartivento, si delineano, sempre più nette, le sagome delle galere nemiche: è la potente flotta di Ruggiero di Lauria; il famoso ammiraglio ride di quelle dodici navi che, con tanta audacia, tentano di forzare il blocco.

- Sono una buona preda, - mormora soddisfatto.

La sua flotta avanza, spavalda, per impadronirsene. Il vento, però, favorevole alla navigazione delle dodici navi, respinge la flotta che viene dalla costa calabra. Il grande ammiraglio, maledicendo il vento contrario, ordina di ammainare le vele, e di procedere a forza di remi. Ruggiero de Flor non perde un attimo di vista il nemico, e misura, con ansietà, la distanza che separa ancora le sue navi dal porto di Messina.
Sa bene che, se la furia del vento dovesse diminuire, le navi sarebbero preda del nemico, e, a lui, sarebbe toccata una morte infamante. Con i pugni stretti per lo spasimo, ordina che vengano spiegate tutte le vele, e calcola la precisione di ogni manovra.

Le sue navi si piegano sotto la spinta dei venti, e sembrano, talora, dover scomparire tra i marosi. La flotta nemica avanza sotto lo sforzo dei remi, e Ruggiero di Lauria, imprecando, urla di forzare il ritmo, e fa staffilare, spietatamente, i vogatori.

- Vi farò uccidere, se mi sfuggono quelle navi! - minaccia adirato.

S’incurvano le schiene dei rematori nello sforzo; tutti sanno che il crudele ammiraglio è capace di fare eseguire la minaccia. Già breve è lo spazio che divide le prime galere angioine dalle dodici navi. E una lotta spasmodica.

- Vorrei sapere chi è il demonio che guida le manovre di quegli audaci, - mormora, ammirato, Ruggiero di Lauria; - è un perfetto lupo di mare; a qualunque costo, dovrà passare al mio servizio ... Eppure ... uno solo è capace di tanta audacia ...  - e gli balena in mente la figura di Ruggiero de Flor, che lui aveva disprezzato; il Templare maledetto si era, più volte, vendicato, col depredare o affondare qualche sua galera, sfidando la sua potenza; e questa, sarebbe stata una beffa bruciante.

- Gli darò io il supplizio che si merita! - e guarda, con gioia satanica, l’accorciarsi della distanza dalle sue navi.

Museo Regionale di Messina

Ruggiero de Flor, giunto già all’altezza del porto di Messina, sa che, per sfuggire al nemico, ormai vicino, dovrà compiere una difficile manovra; da esperto marinaio, tenta di far bordeggiare le sue navi contro vento, ma senza risultato.
Il popolo messinese, riversato presso il porto, guarda, con trepidazione, le audaci manovre delle dodici navi, mentre l’avvicinarsi della flotta avversaria, suscita sgomento, terrore. Molti cadono in ginocchio, supplicando, la misericordia di Dio, invocando la Vergine Santa: quelle navi sono la liberazione dalla fame, dalla morte, dalla capitolazione.
Nella chiesa del convento dei Carmelitani, frate Alberto e prostrato al suolo, in preghiera.
Ruggiero de Flor, non potendo, diversamente, dirigersi in porto, ordina ai marinai di tentare la manovra a forza di remi, ma le navi, cariche di grano, sono lente rispetto alle galere nemiche, sempre più vicine.

- Vi farò pagare cara la sfida! - ghigna beffardo, Ruggiero di Lauria, all’indirizzo delle dodici navi, che crede di avere, ormai, in suo possesso.

Intanto, macchine da guerra, approntate, dai Messinesi lungo la parte esterna del braccio del porto, per tenere lontano le galere nemiche, iniziano a lanciare pietre, dardi, materie capaci di sprigionare il fuoco, e, tutto questo, impedisce alla flotta avversaria di avanzare.
Coperte da tale protezione, le navi cariche di grano, entrano, lentamente, nel porto. In coda al convoglio, ora prende posto Ruggiero de Flor.

- Catturate quel maledetto! - grida, invano, il grande ammiraglio della flotta angioina.

Troppo tardi; la reazione dei difensori messinesi, non lascia avvicinare nessuna galera nemica. Le dodici navi, cariche di grano, gettano le ancore presso il molo, l’una accanto all’altra, mentre i cittadini esultano di gioia. 
Messina è salva. Solo ora, frate Alberto, si alza dalla nuda terra, dov’era prostrato in preghiera.

 

Per ricordare il prodigioso avvenimento, ogni anno, i Messinesi, nella Festa del "Corpus Domini", portano, in processione, pure una navicella d’argento, con dentro spighe di grano, a cui si è dato il nome di "Vascelluzzo" (piccola nave). 
Si vuole, cosi, ricordare insieme, l’importanza del pane, cibo che sfama il corpo, e la necessità dell’Eucaristia nutrimento spirituale per la vita dell’anima.

 "Racconti di Messina"
Gaetano Carbone
Industria Poligrafica di Messina

Sommario Cola andava alla Festa

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