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“Cunta ca ti cuntu”, ultimo appuntamento con le fiabe siciliane a Catania
sabato, febbraio 20, 2010
di Daniela Domenici

Terzo e conclusivo appuntamento con ”Cunta ca ti cuntu”, la trilogia di fiabe popolari siciliane promossa dalla Biblioteca regionale con la collaborazione del Teatro Stabile di Catania e il contributo della Facoltà di Lettere e Filosofia. La rassegna s’inserisce nell’ambito dei “Lunedì in biblioteca” e vuole approfondire leggende e racconti della tradizione isolana, racconti e favole che stigmatizzano, e al contempo esorcizzano, le conseguenze di atti e pulsioni che spesso attengono alla zona oscura e inconfessabile dell’animo umano.
Dopo il cunto di ”Bettapilusa”, incentrato sul tema dell’incesto, e ”La pinna di hu”, che narra di un fratello assassinio per gelosia e avidità, è ora la volta di un antichissimo e celeberrimo mito isolano, Colapesce, l’eroe anfibio che dagli abissi regge la Trinacria e che andrà in scema lunedì 22 febbraio alle ore 18 nel salone di lettura della Biblioteca regionale che ha sede in Piazza Università a Catania.
Come nei precedenti appuntamenti Ezio Donato mette a frutto la sua ricerca dedicata alla letteratura favolistica e spesso sfociata in efficaci riduzioni teatrali. Suoi il testo e la regia mentre le musiche sono di Carlo Insolia, all’organetto Valerio Cairone. In scena un?attrice di chiara fama come Mariella Lo Giudice; a farle corona gli allievi della Scuola d’arte drammatica del Teatro Stabile di Catania intitolata al grande Umberto Spadaro.

colapesce”Colapisci era uno mezzu omu e mezzu pisci”.
Con queste semplici e scarne parole, che descrivono la straordinaria qualità anfibia di un essere sorprendente, hanno inizio quasi tutte le versioni popolari. Agli inizi del ‘9OO, Giuseppe Pitrè, negli Studi di leggende popolari in Sicilia, ricostruisce la natura, l’origine e l’evoluzione della leggenda collocandola fra le ultime forme di mitologia in Sicilia. Non v’è dubbio, infatti, che il mitico eroe discenda, attraverso la tradizione popolare (più di 40 versioni) e letteraria (50 autori dal Medioevo a oggi; fra i classici non italiani della letteratura, Cervantes e Schiller), dalla mitologia di Poseidone, dei Tritoni e di tutti gli altri semidei abitanti del mare fra lo Jonio e lo stretto di Messina. Ma, soprattutto, Glauco, innamorato non corrisposto di Scilla, è il suo antenato più diretto, e come Colapesce condannato per disgrazia, da bambino, alla metamorfosi che lo manterrà per sempre mezzo uomo e mezzo pesce.
In una città imprecisata sul mare della costa orientale della Sicilia, Catania o Messina, un bambino di nome Cola, mentre gioca sulla riva, subisce la mutazione a causa dell’imprecazione della madre, stanca di richiamarlo fuori dall’acqua come ogni giorno.
“Chi putissi addivintari un pisci!”: giusto in quel momento passa l’angelo e le parole della madre si traducono in realtà. Il bambino, con la parte inferiore del corpo trasformata in pesce, si tuffa in acqua e scompare.    Rinato come Colapesce, diviene il re del mare, padrone di tutti i tesori sottomarini, amico e protettore dei naviganti fino a quando un giorno viene sfidato a calarsi negli abissi dello stretto di Messina dal re Federico II, o più probabilmente Ruggero d’Altavilla, geloso del potere e della fama che Cola si era conquistati fra la gente del mare.

A questo punto la tradizione popolare, come quella letteraria, forniscono diverse versioni. In Sicilia, come si sa, Colapesce, per rispettare l’autorità del re, soccombe negli abissi marini bruciato dal fuoco sotterraneo dell’Etna oppure non muore ma si sacrifica per reggere periodicamente, ma in eterno, una delle tre colonne, quella più malferma, sulle quali poggia la Trinacria. Colapesce diventa così l’eroe popolare della Sicilia e il suo racconto corre in tutta l’isola.

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in data 09/04/2008 al n° 2/08
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