Vol. VI  •  2003

PAOLO EMILIO CARAPEZZA
IL GRAN TEATRO DEL MONDO
Ed. in: Guttuso e il teatro musicale, a cura di Fabio Carapezza Guttuso, Edizioni Charta, Milano 1997. Za wyrażenie zgody na wykorzystanie tekstu redakcja serdecznie dziękuje Panu Fabio Carapezza Guttuso, Edizioni Charta di Milano oraz Archivi Guttuso di Roma]

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Guttuso è così grande e versatile pittor da teatro, perché tutta la sua pittura è immediatamente teatrale: un unico lunghissimo dramma attraverso i tre quarti di secolo della sua vita (Bagheria, 26 dicembre 1911 - Roma, 18 gennaio 1987). “Tra gli acquarelli di mio padre, lo studio di Domenico Quattrociocchi, e la bottega del pittore di carri Emilio Murdolo prendeva forma la mia strada. Avevo sei, sette, dieci anni”6. Il padre Gioacchino agrimensore, un pittore aulico di quadri bucolici ed un pittore di carre tti siciliani furono dunque i suoi maestri: il dominio dello spazio fondato sul concreto, la pittura colta e la sua storia, la pittura popolare in sequenze sceniche

Le prime grandi opere di Guttuso sono gli affreschi nella chiesetta dell' Aspra, la marina di Bagheria, ch'eseguì non ancor diciottenne su richiesta della madre; ed un grande paravento a più pannelli del 1937 per la Kalesa, il palazzo dei marchesi De Seta alla marina di Palermo. Due grandiosi drammi mitici ascensionali: negli affreschi dell'Aspra sono i pescatori di quel borgo con le loro donne ad esser assunti in sacre conversazioni ad interpretare angeli e apostoli (pescatori d'uomini) e la Beata Vergine Maria e Gesù Cristo; nel paravento emerge dall'acque profonde tra spuma d'onde Afrodite. Amor sacro e amor profano, due capolavori perduti e ritrovati: gli affreschi sotto la bianca calce d'intonaco che li copriva; tre dei sette pannelli fortunosamente recuperati da Fabio Carapezza Guttuso, altri due incorniciati in una casa milanese.

Se queste due prime grandi opere di Guttuso eran destinate a una chiesa, a una casa, l'ultima e forse la più grandiosa colora tutto il soffitto del maggior teatro di Messina. Su tre dozzine di quadrati di legno ben stretti e connessi (1985) vediamo il famoso gran tuffo di Colapesce: una discesa, un'immersione profonda e definitiva, di contro a quelle ascensioni.

Tre scene mitiche: le prime due fresche, aurorali, piene di luminosa speranza, l'ultima in pieno conflitto di luce e tenebre repentino finale inabissarsi. Le scene iniziali e la conclusiva del gran theatro del mondo: tra d'esse tutte le altre grandi e piccole, lunghe e brevi, concrezioni o suggestioni di suoni. Lì i miti puri del mondo giovane, quando convivevano e conversavano uomini e dei: i pescatori dell'Aspra si riconoscevano angeli e santi, le loro donne Madonne in cielo; Afrodite dormiente sull'acque, bellissima tra i delfini, ha le sembianze della marchesa Maria de Seta, e mentre Stromboli fuma sullo sfondo, dalle altre isole e dall'Isola a lei accorrono irresistibilmente affascinati tritoni e centauri, e giovinetti si tuffano e cavalieri tirandosi appresso il cavallo; chiari i colori, limpida l'aria, gravida di felicità la vita. Qui invece s'è incrinato il mito, si spalanca l'abisso tra la terra franta, dove irrompe il mare, e fra la sorpresa delle sette sirene, dei delfini e dei gabbiani, vi s'immerge l'uomo travagliato ed arso, per andar a sorreggere la sua patria cadente, ad impetrarsi sottomarina cariatide; livida luce e morte tra tenebrose sponde brulicanti di perigliosa vita.

Il tuffo di Colapesce viene vissuto da Guttuso e rappresentato come un'opera teatrale. li gran balzo verso l'eternità, che nella tomba di Posidonia vediamo tra canti d'uomini e suoni di lira e d'auloi, avviene qui tra canti e incanti di sirene, le sette sirene del mar della sua vita: “E il naufragar gli è dolce in questo mare”. Ulisse, alla fine del suo ultimo viaggio, ormai solo, non vuol e non può più legarsi all'albero maestro.
Quella che vediamo sul soffitto del Teatro Vittorio Emanuele di Messina è la scena centrale e saliente; nei numerosi bozzetti possiamo vedere le precedenti con i vari stadi del tuffo e i movimenti delle sirene, e la conclusiva con l'uomo ormai in fondo all'acque, invano seguito dai delfini, e il soprassalto delle sirene sbigottite di non vederlo più risalire. Guttuso soleva condurre a termine i drammi dei suoi soggetti, anche dopo d'averne compiuto la grande scena culminante.

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Palermo, 23 luglio 1997

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