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Sicilia - Isola della luce
Un territorio di storia e di cultura da scoprire

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Miti e leggende

La leggenda "nazionale" della Sicilia
Cola Pesce

La leggenda del marinaio siciliano è diffusa in tutta l’area mediterranea ed ha riflessi europei, come dimostrano gli studi che ne ha fatto il Croce per le versioni napoletane e mediterranee della leggenda, e la celebre ballata del tedesco Schiller intitolata Der Taucher (il palombaro),e gli accenni che ne troviamo nel Cervantes e nel Verne.

La leggenda è però tipicamente siciliana.
Essa riguarda infatti le basi su cui poggia l’isola, rappresentate come tre colonne che la sostengono; e contiene un elemento schiettamente ed inconfondibilmente siciliano, il fuoco sottomarino dell’Etna. In questo senso, essa può veramente definirsi ed essere considerata la leggenda nazionale della Sicilia.
Nelle sue grandi linee (il racconto popolare, che corre per tutta l’isola, presenta diciotto varianti) la leggenda si presenta in questi termini:
"C’era una volta a Messina un ragazzo di nome Cola (Nicola),che stava sempre in mare, dove passava intere giornate, facendo vita comune con i pesci. La madre seccata per questo comportamento del figlio, lo maledisse, lanciandogli questa imprecazione:
"Che tu possa diventare pesce! "
E subito la pelle di Cola divenne squamosa, e le dita delle mani e dei piedi diventarono come quelle delle anatre o delle oche, e tutti lo soprannominarono Cola Pesce.
Una volta il re di Sicilia andò a Messina; e, venuto a sapere delle straordinarie qualità di questo marinaio, lo volle mettere alla prova: buttò un anello in mare, e Cola Pesce dovette ripescarlo, e dovette descrivere quel che aveva visto sul fondo del mare.
Cola Pesce parlò di quello che aveva notato ,e disse che la Sicilia poggiava su tre colonne, di cui la prima era ben salda, la seconda già rotta, e la terza stava per rompersi; e poi riferì di mostri spaventosi, di vallate immense, di grandi caverne, e il re credette; ma quando Cola disse che sotto il mare c’era pure il fuoco, il re non volle credergli.
Allora Cola Pesce disse:
"Maestà ,vedete questo pezzo di legno? Io mi tufferò con esso e se lo vedete rimontare a galla bruciato, vuol dire che il fuoco c’è davvero, come io dico; ma vorrà anche dire che io sarò morto, perché il fuoco brucerà anche me".
Al re tutto ciò parve una smargiassata, e gli ordinò di tuffarsi ; ma Cola Pesce non tornò più a galla; ritornò invece soltanto il pezzo di legno, bruciato".

La leggenda siciliana arrivò anche in Spagna, ed il Cervantes ne parla nel Don Chisciotte, e perfino in Olanda, come riferisce il Sébillot; ed ebbe riflessi notevoli in letteratura. Come abbiamo già accennato, essa colpì la fantasia del poeta tedesco Federico Schiller, che così la elaborò nella sua ballata Der Taucher , immaginando un re capriccioso, che nonostante le suppliche della figlia, determina la morte di Cola:
"Chi di voi oserà, cavalieri e valletti, di lanciarsi in questo gorgo? Io vi getto una coppa d’oro. Già la nera bocca l’ha ingoiata. Se qualcuno mi può riportare la coppa, se la tenga ; essa è sua".
Così dice il re, e di sull’erta rocca lancia negli urli di Cariddi la coppa. Tre volte:
"Nessuno si arrischia a scendere?" egli chiede; ed alla terza un ardito e dolce giovinetto esce di tra gli scudieri, si lancia e scompare sotto il mare, che lo inghiotte.
Dopo un lungo aspettare con ansia terribile degli astanti, l’audace nuotatore riviene a galla e inginocchiandosi dinanzi al re gli presenta la coppa. Il re vi fa versare del vino dalla figliola piena di gioia, ed il nuotatore beve alla salute del re raccontando gli orrori dell’impresa e gli inauditi pericoli corsi.
Dal cavo di una rocca incontrata, vien su impietosa una sorgente; l’incontro di due correnti lo rivoltolano come una trottola. Egli turbinando non può fermarsi; si raccomanda a Dio, e Dio gli mostra un anfratto della rocca al quale egli si aggrappa.
Là era sospesa la coppa, tra acute branche di corallo, non ancora scomparsa nell’abisso senza fondo. Tutto era tenebre ed oscurità porporina. Il vuoto si inabissava ancora, profondo come dall’alto di un monte, e quantunque l’orecchio non sentisse, l’occhio scopriva con terrore l’acqua formicolante di rettili vischiosi di salamandre, di draghi in quella bocca terribile d’inferno. Quivi con orrenda confusione brulicavano ammassati, in spaventevoli mucchi, il pesce sega, armato di punte, il pesce degli scogli, il pesce martello, mostro spaventevole e il pauroso pescecane, iena dei mari, furiosamente gli mostrava i denti minacciosi. Sospeso, egli aveva tutta la coscienza dell’orrore in cui si trovava senza speranza d’aiuto o di soccorso, ed ecco una bocca lo afferra, egli lascia la branca del corallo, ed un vortice lo investe violentemente, trascinandolo in alto.
Il re, fortemente meravigliato, gli dà la coppa, e gli destina un anello preziosissimo se egli ridiscenderà nell’abisso e lo informerà di ciò che avrà visto nella più grande profondità.
La figlia inorridisce, prega il padre che cessi da prove cosi’ crudeli; ma il re, imperturbabile, torna a gettare la coppa e dice al palombaro: "Io ti considero il miglior cavaliere, e voglio che oggi stesso tu sposi costei che prega per te,se tu mi riporterai questa coppa. Il giovane, come animato da forza celeste, si slancia nel mare,ma non ritorna mai più"

Allo Schiller (la cui predilezione per i soggetti siciliani è nota, basti ricordare il suo dramma La fidanzata di Messina) si affiancano i poeti siciliani, da Meli a Tempio, da Bisazza a Cesareo.
Il Meli, nel suo
Codici marinu, che egli scrisse per denunziare gli abusi giuridici allora esistenti, fa di Cola Pesce l’eroe di questo poemetto, e gli fa chiedere a che valgano i giudici e le leggi, se prevale su tutto la forza; e del suo eroe parla in questi termini:

Conosciuto è in Sicilia l’anticu
Nomu di Cola Pisci anfibiu natu
Sutta di lu secunnu Federicu
omu in sustanza ben proporziunatu
pisci pri l’attributu singulari
di stari a funnu cu li pisci in mari.
Scurrennu li gran pelaghi prufunni,
facìa lunghi viaggi e rappurtava,
li meravigghi visti sutta l’unni.....

La leggenda di Cola Pesce è , in definitiva, squisitamente siciliana per l’elemento del fuoco sotto il mare: ed è nata dalla costante preoccupazione popolare di rendersi conto della solidità della propria terra, così frequentemente scossa da terremoti.
L’elemento delle tre colonne su cui poggia l’isola è veramente significativo al riguardo; ed è ugualmente importante rilevare come la leggenda di Cola Pesce si sia originata e sviluppata nella costa orientale della Sicilia, particolarmente provata dai terremoti, come i catastrofici avvenimenti del 1693,del 1783 e del 1908 stanno dolorosamente a dimostrare.

Ma la leggenda di Cola Pesce, in ultima analisi, resta legata alla esistenza stessa della terra siciliana, nei suoi elementi caratteristici di mare e di fuoco; e Cola Pesce rimane giù nel fondo del mare, vero eroe nazionale dell’isola, per sostenere, a prezzo del suo eterno sacrificio, la colonna corrosa dal fuoco etneo, per impedire che essa crolli,facendo inabissare per sempre l’amata terra di Sicilia.

 


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