Paola De Sanctis

Il mito dell’uomo-pesce

Molto diffusa in tutto il Mediterraneo, ma soprattutto nell’area occidentale, è la favola-leggenda dell’uomo-pesce.
La tradizione orale delinea infatti un personaggio che, a seconda delle varianti, si presenta ora come essere mitico che è connotato fisicamente fra I’uomo e il pesce, ora come entità con caratteristiche tutte umane ma che, per la sua particolare abilità di nuotare e di sprofondare negli abissi marini, viene soprannominato ’pesce’. Quest’ultimo è il caso della famosa leggenda di Cola Pesce o ’Piccolo-pesce’ che ha interessato e stimolato i maggiori studiosi italiani fra cui lo stesso Benedetto Croce.

Una delle tante lezioni della novella popolare narra di un uomo chiamato Nicola che amava vivere con i pesci ed era un assiduo esploratore del mare: riusciva persino ad avvertire i naviganti dell’arrivo delle tempeste.
Per inabissarsi con maggiore facilità soleva farsi inghiottire da grossi pesci e, una volta raggiunta la profondità desiderata, apriva la pancia dell’animale con il suo coltello e usciva ad esplorare gli affascinanti fondali. Ma le sue inaudite imprese sottomarine richiamarono l’attenzione del sovrano – che, a seconda delle versioni, è Federico imperatore o Guglielmo o Ruggiero o altri ancora – il quale, per mettere alla prova la bravura di Cola gettò in mare un anello. Cola lo ripescò ma il re volle ripetere la prova per ben tre volte, e alla terza l’uomo-pesce non fece più ritorno dagli abissi marini.

Le versioni sulla sua scomparsa sono molteplici: forse la più suggestiva resta comunque quella che lo vuole, novello Atlante, rimasto a sorreggere una delle tre colonne su cui poggia miticamente la Sicilia, essendosi accorto che quella tra Catania e Messina era pericolante. Uomo generoso dunque, al limite ’eroe culturale’ che impedisce la suprema catastrofe col sacrificio della propria persona: in un certo senso egli rifonda la realtà, cioè permette di sopravvivere alla sua gente, sebbene ignara del pericolo che ha corso.

Altre versioni vogliono per Cola Pesce una fine meno gloriosa ma non per questo meno temeraria. Egli si pone a volte come eroe-buffone che infastidisce con le sue stravaganze marinare la divinità, tanto da meritarsi la maledizione materna: "Che tu possa diventare un pesce!". In questo modo egli finisce schiavo della sua progressiva ’disumanizzazione’ sino a perdersi negli abissi senza fare più ritorno.
C’è chi ha voluto ravvisare una sorta di ’ulissismo’ nella vicenda di Cola Pesce. Certo la novella é presente, sebbene con molte varianti, in quasi tutto il Mediterraneo: in Spagna, ad esempio, i vecchi pescatori della costa narrano ancora di un ’pesce-Niccolo’, nato nel villaggio marinaro di Rota presso Cadice; nel ’Don Chisciotte’ Cervantes
(ma dopo la battaglia di Lepanto Cervantes non è stato a Messina? n.d. r.) sostiene che egli vive ancora.

- Abita ancora quei mari per discorrere coi marinai ed informarli delle scoperte che ancora egli compie, e per istruirli intorno ai segreti della navigazione.

Mito diffusissimo dunque, e di antichissime radici: non é azzardato quindi sostenere che Dante Alighieri ne fosse a conoscenza e che se ne sia servito per costruire il ’suo’ Ulisse. L’eroe dantesco, infatti, sfidando i limiti stessi della sua umanità, contro la volontà divina, intraprende per mare quel ’folle volo’ oltre le Colonne d’Ercole che lo condurrà alla morte. Sembra incredibile ma lo straordinario passaggio dal mito al rito si compie ancora oggi in Italia, lungo le coste ioniche della Sicilia orientale.

 

Paola De Sanctis
estratto da
"Grande Enciclopedia del mare"
 Curcio