Un saggio di Sergio Palumbo
sul leggendario uomo-pesce dello Stretto di Messina
Colapesce, dalla mitologia alla favola

 

 «Era inevitabile e direi fatale che nuotando sott'acqua in apnea, nell'ipotetica fissità dei fondali, io m'imbattessi, dopo Ferito a Morte , nella leggenda di Colapesce, che ne è una specie di lontano prototipo. Mito e fantasia del ragazzo mezzo uomo e mezzo pesce mi arrivano dalle azzurre profondità del mio Tirreno...».

Questo brano di Raffaele La Capria è l'ultimo esempio del fascino letterario del «Peter-pan dei mari» – come lo definisce Palumbo – mito, leggenda e racconto che dalle rive dello Stretto si è proiettato nei secoli in tutto il Mediterraneo, divenendo simbolo dell'arcaico e sempre vivo rapporto tra uomo e il mondo marino, con tutto il suo carico di tradizione, suggestione e malinconia esistenziale che l'avvolge.

Dell'universale valore del mito colaiano diffusosi fin dal Medioevo traccia un quadro approfondito e dai tratti inediti (anche per rare citazioni tra cui un «bestiario bizantino»), Sergio Palumbo nel suo saggio «Dalla mitologia alla favola popolare: l'ibrido uomo-pesce nello Stretto di Messina», pubblicato negli Atti del Meeting Internazionale di studi dedicato a «Mito, scienza e mare: animali fantastici, mostri e pesci del Mediterraneo» (1999), organizzato dal Dipartimento di Filologia e linguistica della Cattedra di Filologia classica dell'Università di Messina, a cura di Paola Radici Colace.

Sono innumerevoli le versioni orali, letterarie, iconografiche e le ambientazioni della favola che vede protagonista il giovane Cola esperto dei mari che nelle diverse varianti diventa simbolo dell'abilità natatoria e del sacrificio spontaneo.
Di un uomo-pesce si narra nelle tradizioni marinare delle zone rivierasche di Spagna, Francia, Grecia e in diverse parti del nostro paese (Catania, Bari, Napoli, Palermo), fino a raggiungere le acque africane della regione sudanese di Omburman.

Ma è tra i fondali magici e inquieti dello Stretto di Messina che Colapesce trova da sempre il suo luogo ideale.
Basti pensare che il Pitrè nei suoi Studi di leggende popolari in Sicilia del 1904 analizza ben diciotto versioni letterarie riportate da quaranta trascrittori, scienziati, filosofi di ogni epoca e origine: dal chierico medievale Salimbene di Parma ai suoi contemporanei inglesi Mapes e Gervasio da Tilbury, dallo Schiller di Der Taucher al Pescecola di Kircher, alle meno conosciute citazioni contenute nel Don Chisciotte di Cervantes (che a Messina soggiornò ferito nella battaglia di Lepanto), e in Ventimila leghe sotto i mari e nel Mattia Sandorf di Verne, che lo descrive come «corriere dei mari» nelle acque elleniche e maltesi.

Tantissimi anche i contemporanei che hanno narrato delle gesta senza tempo di Cola, dal Lanza e il suo Almanacco per il popolo siciliano al Calvino delle Fiabe italiane e al Colapesce di Torrefaro di Dario Bellezza, passando dai conterranei Giuseppe Longo, Sciascia, Buttitta, alla studiosa Anita Seppilli fino agli artisti Bonfiglio, Migneco, Guccione, Sassu, Caruso, Togo.

Un quadro ampio, che dà il segno dell'interesse crescente per questo personaggio, come sottolinea Palumbo, legato alla figura vicino al credo popolare di San Nicola di Bari o a un animale allegorico come il delfino.

Un interesse testimoniato anche dal volume di Giuseppe Cavarra La leggenda di Colapesce, edito da Intilla, presentato ufficialmente in un incontro al Palazzo dei Leoni organizzato dalla Fidapa (presenti l'autore, Anna Maimone, Anastasio Majolino, Cosimo Cucinotta).
Un'opera che, pur tralasciando le ambientazioni internazionali della leggenda, rappresenta un'antologia preziosa contenente versioni poco note (come quelle dello spagnolo Mexia, dell'inglese Brydon, quella inedita russa di Alagia Andrella R.), e arricchita da una sezione dedicata ai poeti e scrittori messinesi (da Maurolico alle due poetesse dialettali contemporanee Costa e Fedele) fino ai tanti racconti orali «rubati» alla gente di mare che ricorda Colapesce come amico generoso e sempre presente tra le rive dell'incredibile Stretto.

 

Di Giacomo Sergio
Gazzetta del Sud