La leggenda di Cola,
mezzo uomo e mezzo pesce

Il racconto è davvero antichissimo.
Verso la fine del Millecento l'inglese Gualtiero Map lo raccolse per primo nelle sue Nugae curialium. Ma diversi ne scrissero dopo di lui: Frà Salimbene da Parma, Pipino da Bologna, Gervaso da Tilbury, Riccobaldo da Ferrara, Raffaele Volterrano, Alessandro D'Alessandro, Giovanni Pontano, il sivigliese Pedro Mexìa, il Fazello, il Maurolico, Filoteo degli Omodei, il Bonfiglio, il tedesco Attanasio Kircher, il Mongitore, l'analista messinese Caio Domenico Gallo e altri.

...Tutti narrano appunto di un pescatore dalle qualità eccezionali, un tal Cola o Nicola, homo aequoreus, mezzo uomo e mezzo pesce, cittadino della terra e del mare, cioè in grado di vivere sulla superficie terrestre o di muoversi veloce e a lungo nelle profondità marine, poiché -come scriveva il Fazello- "doveva avere i polmoni molto fungosi e grandemente concavi, che potessero conservare in essi gran quantità d'aria".
E poiché degli abitatori del mare aveva tante disposizioni, sì da poter gareggiare con essi in resistenza e velocità, il volgo lo soprannominò Pesce. Anzi, la fantasia popolare si spinse oltre e se lo figurò proprio come un pesce, dalle sembianze umane ma con il corpo squamoso, le branchie al posto dei polmoni, i piedi dotati di grandi pinne, le dita delle mani larghe e congiunte da sottili cartilagini.

Cola, figlio di un pescatore di punta Faro, a Messina, era venuto al mondo in tutto simile agli altri ragazzi, ma era attratto irresistibilmente dal Mare.
Stava giornate intere sulle sue rive, fra gli scogli e le alghe del litorale, a contemplare l'immensa distesa liquida, si tuffava gareggiando coi pescispada, coi delfini e coi bastimenti che uscivano dal porto, o con le murene dei fondali; raccoglieva le posidonie dalle profondità e se le portava felice a casa. Aveva un infinito rispetto per i pesci: il padre li pescava e lui li ributtava in acqua perché vivessero; quando ciò non gli era possibile parlava con loro e li assisteva piangendo nella loro agonia.
La madre di Cola un giorno, esasperata per le stranezze del figlio, gli lanciò una maledizione: Possa diventare pesce anche tu!
Fu così che a Cola spuntarono subito le pinne, le branchie e le squame.

Cola divenne Pesce, anche nel nome, e visse sempre più nel mare e sempre meno in terra. "Lividus, squamosus, horridus", lo descrisse Giovanni Pontano, uno dei più famosi umanisti del Quattrocento; e Raffaele da Volterra: "tamquam marinum monstrum apparebat".
Ma sbagliavano, poiché Cola, in fondo, a parte quelle sue strane caratteristiche, era un bel giovane.

Quanto tempo poteva durare sott'acqua? Tre ore, si disse, ma anche tre giorni, cinque giorni, un mese, un anno, certo un tempo incredibile.
Si gettava in mare dalla punta di Messina e giù, tra i vortici di Cariddi, venti o trenta braccia; toccava il fondo e tirava la coda alle murene per scherzo, cavalcava i delfini e accarezzava i paguri nelle loro tane, raccoglieva gli anemoni e li portava alle sirene, esplorava le caverne sottomarine e strappava i coralli dalle loro radici, si spingeva dove l'acqua era nera come la notte, per risalire poi veloce verso la luce. Un giorno Cola e Scilla si azzuffarono e questa, ferita, si rintanò in un antro.

Una volta mancò più del solito e quando riemerse narrò di cose straordinarie: c'erano sterminate praterie di alghe nelle profondità abissali, così estese e verdeggianti da sembrare i prati della Sicilia, e fra queste un mondo di piccole creature con la coda raccolte attorno ad un pesce più grosso, come fanno le api attorno alla regina.
In un punto, due fiumi si scontravano nel fondo e mescolavano le loro acque che poi, ribollendo e schiumando alla superficie, formavano un immenso vortice, dove sarebbe potuta sprofondare l'intera flotta del Re di Spagna; e poi un campo d'alberi ghiandiferi, rovine di città coi loro campanili alti e le piazze colme di muschio, bastimenti con gli alberi spezzati e le carene squarciate, ch'erano divenute le tane di draghi immondi.

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