Giovano Pontano

De Cola pisce

 

Cola: scultura di Bertuccio

 

Gli alti scogli del Peloro
generarono un uomo, anche il siciliano Etna lo nutrì,
e da fanciullo succhiò dalla madre gli umani liquori
e fu dotato di tutte le preoccupazioni degli uomini e di un’arte magistrale.
Ma tuttavia quando, a poco a poco crebbe,
non cerca più i luoghi remoti del monte,
non scaglia alcun giavellotto contro le fiere.
Si ferma solo davanti alle coste,
gli piacciono gli antri solitari di Nettuno,
come pescatore gode delle spiagge deserte.
Spesso il padre lo rimprovera, mentre piega gli ami,
mentre zavorra con il piombo le reti
e ancor più spesso (lo fa) la madre,
quando lo vede occupato con le reti che si attorcigliano,
ed infierisce con parole amare.
Egli osa affidarsi al mare in tempesta
ed inoltrarsi nei talami segreti delle Nereidi,
penetrare nelle case di Tritone e nei nascondigli di Glauco,
assalire, scuotendo le chiuse porte del dio Nereo che vive nel profondo.
Spesso Galatea, che usciva dal concavo antro, lo vide e si stupì
del cammino dell’uomo attraverso le acque,
spesso Aretusa, mentre asciugava le sue chiome, lo scorse che andava
e si stupì e, contemporaneamente, nascose il capo nel cristallino fiume.
Né in verità egli esitava ad entrare nei guadi nascosti del mare,
o a violare con la spada i nascondigli delle fiere.
Con la spada in pugno da solo spinge avanti i cani,
con la spada i tori, con la spada gli orribili cetacei;
è davanti a tutte queste schiere
e li rinchiude negli antri.

Un giorno Federico (II) celebrava una festa solenne per la città
e c’erano gli spettacoli promessi di veloci barche,
al vincitore in premio una clamide ed una corona d’oro.
Qui gareggiano quelli che hanno forza e fama di nuotatore.
Tra i premi principali un cratere cesellato e una spada del nord,
poi il re con una grande coppa così parla "
Questa è destinata a Cola, vincitore del mare"
e la lancia nel mare da dove è solito latrare il feroce Cariddi
quando si leva dal ceruleo antro.

Risuonarono le onde al lancio della patera e una luce candida rifulse
riflessa dal sole e dai bagliori del scintillante bronzo.
Esita il giovane e atterrito va incontro al suo destino;
ma il re comanda che, se quegli non porterà dagli abissi la coppa,
venga messo in catene;
e le catene vengono preparate.

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De Cola pisce


Colapesce di Naire feo Acrilico su tela

... Alta Pelori
Saxa virum genuere, aluit quoque Sicilis Aetna,
Et puer humanos hausit de matre liquores,
Instructusque hominum curis, et ab arte magistra.
Sed tamen ut paulatim aetas tulit, avia montis.
Nulla petit, nulla ipse feris venabula torquet.
Littoribus tantum assistit, neptuniaque antra
Sola placent, solis gaudet piscator arenis.
Saepe pater sinuantem hamos, piumboque onerantem.
Retia, nexilibus mater persaepe sagenis
Intentum increpuit, dictisque exarsit amaris.
Ille autem irato sese committere ponto
Audet, Nereidum et thalamos intrare repostos.
Tritonum penetrare domos Glaucique recessus,
Et tentare imi pulsans clausa hostia Nerei.
Saepe illum Galatea cavo dum prodit ab antro,
Mirata est, stupuitque viri per coerula gressum,
Saepe suas Arethusa comas dum siccat, euntem.
Ostupuit simul et vitreo caput abdidit amne.
Nec vero maris occultos invadere saltus.
Addubitat, ferro aut latebras violare ferarum.
Ense canes, ense et tauros, ense horrida cete,
Et totas esse ante acies agit unus, et antris.

Includit. [...I

Forte diem solennem urbi Federicus agebat,
Et promissa aderant celeris spectacula cymbae,
Victori meritum chlamys, ac supera aurea torquis
Et promissa aderant celeris, spectacula cymbae,
Victori meritum chlamys, ac supera aurea torquis.
Hinc certant quibus est et vis, et gloria nandi.
Praemia caelatus crater, atque insuber ensis,
Ingentem tum Rex pateram capita atque ita fatur,
Victorem maris ista Colan manet, et iacit illam
In pontum, qua saepe ferox latrare Charybdis
Assuevit, cum coeruleo sese extulit antro.
Insonuere undae iactu, ac lux candida fulsit.
Sole repercussa et flammis radiantis aheni,
Cunctatur iuvenis fatoque exterritus haeret.
At Rex, ni pateram ex imo ferat ille profundo,
Vinciri juhet affutum; expediuntque catenas.

 

 G. Pontano
Opera
Venezia 1513

Buddaci, pisci missinisi

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