Leggenda popolare trascritta da Benedetto Croce

Niccolò Pesce


Homme poisson - Allan Carrasco

Niccolò Pesce Pesce era un fanciullo che amava starsene sempre in mare, facendo gridare sua madre, la quale, un giorno, nel calore dello sdegno gli gettò la maledizione, che "potesse diventar pesce", e da pesce o quasi pesce egli visse da allora, capace di trattenersi ore e giorni immerso nelle acque, come nel suo proprio elemento, senza bisogno di risalire a galla per respirare.

E a percorrere in mare lunghe distanze rapidamente Niccolò Pesce usava l’astuzia di lasciarsi ingoiare da taluno degli enormi pesci che gli erano familiari e viaggiare nel loro corpo, finché, giunto dove bramava, con un coltellaccio che aveva sempre seco, tagliava il ventre del pesce e usciva libero nelle acque, a compiere le sue indagini.

Una volta il re fu preso da desiderio di sapere come fosse fatto il fondo del mare; e Niccolò Pesce, dopo lunga dimora, tornò a dirgli che era tutto formato di giardini di corallo, che l’arena era cosparsa di pietre preziose, che qua e là s’incontravano mucchi di tesori, di armi, di scheletri umani, di navi sommerse.

Un’altra volta discese nelle misteriose grotte di Castel dell’Ovo, e ne riportò manate di gemme.
Ancora il re gli commise d’indagare come l’isola di Sicilia si regga sul mare, e Niccolò Pesce gli riferì che poggiava sopra tre enormi colonne, l’una delle quali era spezzata. Ma, finalmente, un giorno venne al re voglia di conoscere a che punto veramente colui potesse giungere della profondità del mare, e gli ordinò di andare a ripigliare una palla di cannone, che sarebbe stata scagliata nel faro di Messina.

Niccolò Pesce protestò che avrebbe obbedito, se il re insistesse, ma che sentiva che non sarebbe mai più tornato a terra. Il re insistette.
Niccolò salto subita nelle onde; corse corse senza posa dietro la palla che s’affondava veloce; la raggiunse in quella furia d’inseguimento e la raccolse nelle sue mani. Ma ecco che, alzando il capo, vide sopra se le acque tese e ferme.

Lo coprivano come un marmo sepolcrale. S’accorse di trovarsi in uno spazio senz’acqua, vuoto, silenzioso. Impossibile riafferrare le onde, impossibile riattaccare il nuoto.

Colà restò chiuso, colà terminò la sua vita.

 

Leggenda riassunta
da Benedetto Croce in
Storie e leggende Napoletane

 Buddaci, pisci missinisi

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