Pelle di foca, pelle d’Anima

(....)

"Ooooooruk".

Il bambino a fatica discese giù lungo la scogliera e in fondo incespicò su una pietra, no, un involto, rotolato giù da una fenditura della roccia. I capelli gli sferzavano il volto come fossero di ghiaccio.

"Oooooooruk".

Il bambino aprì l’involto e lo scosse, era la pelle di foca di sua madre.
Oh, sentiva tutto il suo odore. E mentre stringeva fra le braccia la pelle di foca e se la portava al volto e ne aspirava la fragranza, l'anima della madre lo attraversò come un improvviso vento d'estate.

"Ohhh", esclamò con dolore e con gioia, e di nuovo si portò al volto la pelle e di nuovo l'anima della madre attraversò la sua.

"Ohhh", esclamò di nuovo, perchè era stato colmato dell'infinito amore di sua madre.

(...)

Il bambino si inerpicò su per la scogliera e corse con la pelle di foca che gli svolazzava dietro, e si precipitò in casa. Sua madre lo accarezzò, e accarezzò la pelle, e socchiuse gli occhi, grata perchè entrambi erano salvi.

Infilò la sua pelle di foca.
"Oh, madre, no!" urlò il bambino.

 

Lei sollevò il piccolo, se lo mise sotto il braccio, e corse, di tanto in tanto inciampando, verso il mare ruggente.

"Oh,madre, non lasciarmi", implorò Ooruk.

Ed ecco, lei voleva, voleva proprio restare con il suo bambino, ma qualcosa la chiamava, qualcosa di più antico di lei, di più antico del tempo.

(....)

E scesero nuotando sempre più in fondo, fino a raggiungere la grotta delle foche dove creature di ogni genere banchettavano e cantavano, danzavano e parlavano, e la grande foca argentea che aveva chiamato Ooruk nella notte abbracciò il bambino e lo chiamò nipote.

"Come sono andate le cose lassù, figlia?" domandò la grande foca argentea.

La donna-foca guardò in lontananza e disse:
"Ho ferito un essere umano... un uomo che ha dato tutto per avermi. Ma non posso tornare da lui, perchè se lo facessi resterei prigioniera".

"E il bambino?" domandò la vecchia foca. "Il mio nipotino?".

Lo disse con tanto orgoglio che la voce le tremò.

"Lui deve tornare. Non può fermarsi. Non è ancora tempo che resti con noi". E pianse. E insieme piansero.

Passarono alcuni giorni e alcune notti, per l'esattezza sette, e in quel tempo gli occhi e i capelli della donna ritrovarono l'antica lucentezza. Diventò di un bel colore bruno, ritrovò la vista, il suo corpo ritrovò la sua rotondità, e potè nuotare a suo agio. E venne il tempo di restituire il bambino alla terra. Quella notte, la vecchia nonna foca e la bella madre del bambino nuotarono tenendolo in mezzo a loro. Risalirono, risalirono dalle profondità verso il mondo di sopra. Là, al chiarore della luna, delicatamente poggiarono Ooruk sulla riva petrosa.

La madre lo rassicurò:"Sarò sempre con te. Tocca quel che ho toccato, i legnetti per accendere il fuoco, l'ulu, il mio coltello, le le incisioni che ho fatto sulla pietra di lontre e di foche, e io soffierò nei tuoi polmoni un vento perchè tu possa cantare le tue canzoni".

Più volte la vecchia foca argentea e la sua bella figlia baciarono il bambino. Infine, a fatica si allontanarono e al largo, con un ultimo sguardo al bambino, scomparvero sotto le onde. E Ooruk, siccome il suo tempo non era ancora venuto, rimase.

Passò il tempo, e diventò un grande suonatore di tamburo, cantore e artefice di storie, e si disse che tutto ciò accadde perchè da piccolo era sopravvissuto ed era stato riportato dalle profondità del mare dagli spiriti delle foche.

Ora, nelle grigie brume del mattino, talvolta lo si vede ancora, con il suo Kayak ancorato accanto, ripiegato in ginocchio su una certa roccia del mare, mentre pare parlare con una certa foca che spesso si avvicina alla riva.

Molti hanno cercato di catturarla, ma nessuno c'è mai riuscito.

E' nota come Tanqigcaq, la brillante, la sacra, e si dice che sebbene sia una foca, i suoi occhi sono capaci di sguardi umani, saggi, selvaggi e amorosi.

 

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 "Donne che corrono coi lupi"
Clarissa Pinkola Estés - Frassinelli
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